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		<title>Julie</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Apr 2010 16:25:57 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[I miti noir: Incubi]]></category>

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		<description><![CDATA[“Lei ci sente…” In questa casa, proprio in questa stanza accadde un fatto realmente sconvolgente. Circa quindici o sedici anni fa, qui abitava un bimbo, si chiamava Thomas, aveva cinque anni e viveva insieme alla sua famiglia, con sua madre, sua nonna e la sorella maggiore assai più grande, mentre il padre viaggiava su e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=thedarkray.wordpress.com&amp;blog=12533686&amp;post=384&amp;subd=thedarkray&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p><em>“Lei ci sente…”</em><span id="more-384"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia331206.us.archive.org%2F1%2Fitems%2Fjulie_230%2Fjulie.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>In questa casa, proprio in questa stanza accadde un fatto realmente sconvolgente. Circa quindici o sedici anni fa, qui abitava un bimbo, si chiamava Thomas, aveva cinque anni e viveva insieme alla sua famiglia, con sua madre, sua nonna e la sorella maggiore assai più grande, mentre il padre viaggiava su e giù per l’Europa. Era un tipetto alquanto strano, faceva fatica a socializzare con bambini della sua stessa età e questo lo faceva sembrare scostante, isolato, un po’ eccentrico. Il suo più caro amico era Mathieu: viveva con lui, dormiva, rideva, giocava sempre con lui, praticamente erano in simbiosi tra loro, nonostante ciò, si trattava solo della sua fantasia, era infatti l’amico più fedele che la sua mente era riuscita a immaginare: un amico con cui avrebbe potuto condividere tutto col vantaggio che mai l’avrebbe potuto tradire. Finché  un giorno non arrivò l’armadio; quell’armadio maledetto che l’avrebbe condotto all’inferno! Un giorno infatti la madre e la nonna di Thomas tornarono a casa seguite dal furgoncino di un vecchio negozio d’antiquariato in centro, solcarono l’ingresso mentre due uomini dallo sguardo asciutto e privi di espressione portarono in salone un armadio in legno antico che posarono nell’angolo della stanza. Obsoleto, Puzzava di marcio; odore che la nonna definiva “<em>inebriante profumo d’antico</em>”. Passarono giorni, uno inghiottito dall’altro mentre Thomas sentiva in casa una presenza costante, in dubbio se fosse negativa, esalata da quel catafalco ligneo; poi cominciò a sentirsi spiato, scrutato. Ogni qual volta volgesse un angolo, si spostasse da stanza in stanza per la magione, percepiva un paio di occhi estranei che lo fissavano; ombre frazionarie che lo seguivano; tutte le sere, origliando meglio fuori dalla porta della sua cameretta udiva dei respiri. Lunghi, prolungati, permanenti. Un giorno poi scoprì che si trattò di una bambina; se non come lui, di pochi anni più grande. Che se pur esile, silenziosa, inerme, c’era, ormai ovunque e indipendentemente, lei osservava con i suoi grandi occhi bianchi. La sognò, erano incubi, incubi bui, gelidi; si chiamava Julie gli aveva detto. Né parlò con Mathieu facendogli promettere di non dir nulla a nessuno ma che se un giorno avesse avuto bisogno di lui avrebbe dovuto aiutarlo. Quel suo amico, se pur immaginario, non si presentò mai. Fino a quando una sera, a cena, non se la trovò davanti, compostamente seduta insieme agli altri commensali: vide la bimba dai folti e ricci capelli rossi proprio accomodarsi di fronte a lui con il piatto vuoto che lo fissava, Thomas allora impietrito dal terrore si voltò verso la madre incapace di esprimersi, poi all’improvviso la vide… aggredire affamata il suo piatto, intenta a ingurgitare una montagna di larve, bacherozzi, lumache, grilli e cicale dalle patine molli e dalle corazze croccanti! Dal suo piatto era come se fuoriuscissero insetti e bestie nere che sibilavano tra il rumore di bicchieri e posate mentre la bambina se ne riempiva la gola. Thomas rimase pietrificato allo spettacolo che gli parve davanti, trattenne il respiro, non smise di fissarla mentre conati di vomito bombardavano il suo stomaco fino alla lingua… intanto la madre, accortasi che ci fosse qualcosa che non andasse, sfilò il coltello dalla carcassa di maiale e lo posò sul lembo del piatto fermandosi di mangiare. Fissò per un paio di secondi Thomas che era quasi ipnotizzato verso il “nulla” e poi domandò: &lt;&lt;<em>Beh? Cosa c’è?&#8230; Ohi Thomas, parlo con te… non hai fame, non ti piace?&#8230;</em>&gt;&gt;, il figlio rimase zitto così riformulò la domanda alla quale Thomas parve svegliarsi da un’ipnosi; il bambino si voltò inquieto verso la madre, poi tornò a guardare davanti a sé nel giro di pochi attimi e vide la sagoma della bimba che sfuggiva fulminea in un’ombra scura oltre la porta della cucina che gli dava di spalle; subito si voltò dietro e vide il profilo spettrale della bambina aprire un’anta dell’armadio nero, entrare e richiudersi in quel ripostiglio oscuro. Non si mosse più nulla, non si udì più nulla&#8230; era sparita insieme a tutto il resto, le sue posate, il suo bicchiere, il suo piatto fluente di mosche e scarafaggi… in tavola, al suo posto, non vi era più nulla! Non vi era stato mai nulla agli occhi degli altri…</p>
<p>La madre di Thomas allora esclamò: &lt;&lt;<em>Thomas si può sapere cos’hai? Sei strano ultimamente… sei del tutto assente!&#8230;</em>&gt;&gt; lui si voltò: &lt;&lt;<em>C’è una bambina in casa…</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ah sì?&#8230;</em>&gt;&gt; rispose la mamma fingendosi incuriosita &lt;&lt;<em>Sì, si chiama Julie…</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ho capito. E… e da quant’è che vive con te?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Non lo so di preciso… è arrivata insieme all’armadio!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Va bene, su… ora sei stanco vai a letto, evita di vedere la televisione stasera…</em>&gt;&gt; sospirò monotona la madre mentre la sorella sghignazzava sottovoce e la nonna ingoiava l’ultimo boccone di carne arrosto. &lt;&lt;<em>Ma devi credermi mamma! Stava davanti a me poco fa… mangiava! Stava mangiando tanti insetti</em>&gt;&gt; ribatté lui, &lt;&lt;<em>Thomas perché un giorno di questi non provi a fare amicizia con qualche bambino del quartiere?</em>&gt;&gt; ovviò la madre assecondandolo, &lt;&lt;<em>Ha mangiato vermi! Tutti l’hanno vista! Scommetto che anche Eleanor l’ha vista!</em>&gt;&gt;, &lt;&lt;<em>l’abbiamo perso…</em>&gt;&gt; esclamò la sorella sorridendo con la faccia rivolta nel vuoto del piatto, &lt;&lt;<em>Dai fila a letto e non mettere in mezzo tua sorella in queste fantasie!</em>&gt;&gt; disse infine la madre accompagnando Thomas nella sua cameretta &lt;&lt;<em>&#8230;Abbiamo già abbastanza problemi senza amici immaginari&#8230;</em>&gt;&gt; borbottò sottovoce.</p>
<p>Gli eventi comunque proseguirono imperterriti sotto varie forme. Thomas vide quell’angelo demoniaco ovunque, percepita oltre gli spioncini, in cima alle scale, sotto il letto, in cortile, dietro i muri, riflessa negli specchi, tutto apparve come ombre fulminee, tempestive, impercettibili. Da quel giorno in poi per quattro giorni, tutte le sere, la bimba apparve seduta in tavola pronta a divorare la sua solita, raccapricciante pietanza per poi, come fino ad allora, rinchiudersi nell’armadio scomparendo nell’oscurità del ripostiglio e senza mai essere vista né distinta dal resto della famiglia! Thomas non volle più cenare insieme agli altri, si accontentava di scrutarli mentre cenavano dalla cima delle scale, nascosto, chiedendosi come fosse possibile che nessuno vedesse quell’anima che anche se posasse a pochi centimetri da loro… accanto ai loro piatti, dai loro visi, dalle loro anime… lei c’era, la vedeva, questo contava per lui, non era immaginazione, non erano fantasie, non era tantomeno una sua nuova “amica immaginaria”… l’armadio era la sua casa!</p>
<p>Calarono le tenebre, con esse nacque la sera, le ombre fuori si allungavano sempre più, nessuno aveva ancora cenato, la nonna stava apparecchiando come sempre faceva. Thomas, turbato, era seduto a terra a gambe incrociate davanti al mastodontico armadio in legno massello. Immobile pensava, non aveva paura, ormai sapeva, conosceva la nuova routine degli ultimi giorni… sarebbe apparsa durante la cena, o forse in un flash alle sue spalle?&#8230; aveva cominciato a conoscerla, non la temeva, la voleva soltanto fuori casa per sempre, per sempre! Poi alle sue spalle apparve invece la madre: &lt;&lt;<em>Cosa vuoi fare stasera? Torni a cenare con noi?</em>&gt;&gt;, &lt;&lt;<em>No, mai, mai finché non se ne sarà andata… finché voi non la manderete via!</em>&gt;&gt; ribatté d’istinto, &lt;&lt;<em>Senti, perché non provi a parlare con lei allora? Come hai detto che si chiama questa bimba?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Julie… lei vuole solo stare con noi. Voi l’avete portata a casa…</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Thomas noi non abbiamo portato a casa nessuno! Magari prova chiederle perché non se ne và</em>&gt;&gt; propose nuovamente lei. Lui, imperturbabile ma inquieto continuava a fissare il vuoto, l’oscurità all’interno dell’armadio, attraverso la fessura centrale come faceva da ore ormai, poi si alzò cercando di mostrarsi deciso; la madre allora sorrise con un accenno mentre Thomas s’avvicinava lentamente alle ante sbarrate del mostro di legno. Nonostante la televisione cantasse, nella sala era stesa una nebbia silenziosa, assassina… Thomas aprì lentamente la porta del suo inferno, azzardò per entrare, la prima cosa che vide furono un paio di scarpette celesti avvolte nel buio, &lt;&lt;<em>Vieni Mathieu, stammi vicino…</em>&gt;&gt; sibilò rivolgendosi al suo amico, il suo amico immaginario… si avvicinò ancor di più, posò un passo all’interno del guardaroba, udì degli echi lontani di risate infantili: pochi secondi; chinò il volto poi d’un tratto, nel buio, sprofondò fulmineo nel legno! Urlò come stesse precipitando nel dirupo dell’ade, urlò, sempre più lontano, urlò gridando &lt;&lt;MATHIEU! <em>Mathieu! Aiutami! Dove sei?&#8230;</em>&gt;&gt; e per l’eterno scomparve, inghiottito dall’oscurità dei morti! Sparì nel vuoto; finché, in un gelido istante la madre strillò vedendo il suo bimbo deglutito nell’oblio. Nel buio dell’armadio! Calò presto il sepolcrale silenzio della morte in un tempo che pare ormai così remoto, ma non sono tanti i quindici anni che separano quell’evento, quella famiglia, quel bimbo, da me. Si odono ancora gli stessi silenzi, le lunghe attese, l’intervallo che intercorre  tra passato e presente. Sono davanti a quell’armadio, questo armadio, mi avvicino, ascolto le grida nella quiete, nell’assenza di rumori, oltre il caos dell’odierno, eccolo lo vedo, delineato tra le venature scure del legno antico; eccolo lo vedo, disegnato tra le curve ondulate, è il volto del bambino, par che ancora gridi dall’inferno, dall’eterno, circondato da altre ombre, da altri morti, da Julie: l’angioletto del demonio…</p>
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		<title>I quadri del papà</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 17:35:44 +0000</pubDate>
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<p>&#8220;<em>Questa bambina ha sentito dire ai genitori che vogliono mandarla all&#8217;inferno. Quello di cui ha bisogno è un ambiente sicuro che la protegga… io credo di poterglielo dare</em>&#8220;</p>
<p><span id="more-373"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia331205.us.archive.org%2F0%2Fitems%2F14-brian_tyler-newspaper_clues%2F14-brian_tyler-newspaper_clues.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Il mio papà è un bravissimo artista, lui lavora in un museo di arte contemporanea, ma nel tempo libero dipinge. Dipinge tele enormi. Lui dice che quando ritrae un soggetto, una persona, l’anima della stessa resta viva nel quadro, crede che con i quadri una persona non muoia mai in realtà. Papà mi dice sempre che lui e la mia mamma lavorano sempre insieme quando dipinge, dice: &lt;&lt;<em>La mamma mi aiuta a far diventare le persone eterne con delle buste, mentre io le dipingo</em>…&gt;&gt;. A me piacciono i quadri di papà anche se mi fanno un po’ paura. Non sono quadri normali, paesaggi, nature morte, ritratti… sono più cupi, profondi, sinistri. Hanno un ché di rarefatto e nero tutto avvolto in un alone macabro. Ma comunque nel complesso, se guardati lontano, sono belli, davvero bellissimi!</p>
<p>Una volta la mamma e il papà hanno invitato a casa un loro amico con sua moglie. Abbiamo cenato insieme, io non li conoscevo ma mi sono sembrati subito simpatici. Papà poi mi ha detto che quel signore lavora insieme a lui nel museo. Poi la mamma ha detto: &lt;&lt;<em>Bruno, Anna! Perché non vi fate fare un ritratto al volo da Ivan, lo sapete no, è bravissimo!&#8230;</em>&gt;&gt; allora mentre si sollevarono risate di divertimento e il papà si sedette sullo sgabello aldilà di una tela bianca, la mamma sorridente mi ha preso la mano e mi ha mandato a letto dicendomi che poi non sarei più dovuta uscire. Mi ha baciato e poi ha chiuso la porta con due mandate di chiave. Intanto sentivo molte risate provenienti dall’altra camera, il mio papà stava sicuramente facendo uno schizzo ai due signori, poi mentre stavo per addormentarmi, ho sentito una serie di strani rumori, sembravano quelli di buste strofinate. Lì il silenzio. Da quel giorno né mamma né papà hanno più nominato quegli ospiti. Ma non è stata l’unica volta che sono venute persone a cenare con noi e che poi non si sono più fatte vive. Però papà ha sempre detto che continueranno a vivere nei suoi quadri, tutti i quadri che lui faceva alla gente che ospitavamo. Ma questa sera il mio papà e la mia mamma hanno deciso di svelarmi il grande segreto dei suoi quadri. Hanno detto che devo essere orgogliosa di poterlo sapere, hanno parlato di “privilegio”. Allora papà mi ha fatto sedere su uno sgabellino di legno davanti ad una sua enorme tela bianca. Mi ha detto di restare ferma, ogni cosa accada. Altrimenti non riesce a concentrarsi e il quadro verrà brutto. Mentre miscela i colori continua a dirmi che vuole rendermi immortale con questo suo nuovo quadro, per ricordarmi sempre, anche quando non ci sarò. Io resto ferma. Vedo sulle venature lucide del parquet l’ombra della mamma dietro di me; papà mi è di fronte, dipinge, poi violentemente vedo una busta nera avvolgermi da dietro la testa, mi stringe, urlo e mi dimeno; agito le gambe, le braccia mentre sento il sacchetto stringersi sempre più forte attorno al collo. Tra la cenerina pellicola di plastica non vedo nulla, solo nero, mentre il mio papà continua a dirmi quieto &lt;&lt;<em>Ferma amore, ferma… non riesco a concentrarmi. Non devi preoccuparti, continuerai a vivere nel nostro ricordo. Questo è il più bel quadro che abbia mai fatto! Sarai immortale con un quadro così!&#8230;</em>&gt;&gt;, sento le calde mani della mamma tirarmi i miei lunghi capelli lisci mentre continua a stringermi la busta contro il viso. Mi sento gli occhi gonfiarsi, quasi sul punto di esplodere, il viso paonazzo, il naso chiuso, l’esofago vuoto d’aria. Non resisto… chiudo gli occhi…</p>
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		<pubDate>Sat, 03 Apr 2010 11:42:49 +0000</pubDate>
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</p>
<p></em></p>
<p><em>“Due anni fa il terrore sembrava essere finito, poi iniziarono le visioni! </em><em>Ora gli incubi diventano realtà.”</em></p>
<p><span id="more-351"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia331218.us.archive.org%2F3%2Fitems%2FTheRevenge_812%2FTheRevenge.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Sono stanco penso tra me e me, la giornata appena trascorsa è stata piuttosto piena: il lavoro, gli amici, i servizi qua e là, penso proprio che sia ora di andare a letto. A dir la verità non ho sonno, né sento lo stimolo di riposarmi dormendo, semplicemente sono fiacco, pigro, apatico. Credo che un’ottima soluzione siano le coperte ed un buon libro, magari quello nuovo, quello comprato appena ieri: “<em>Incubi</em>”… mai letto, mai sfogliato, un libro horror, che meraviglia! Allora, cercando di concentrare tutte le mie forze sulle ginocchia mi alzo dal divano e spengo la tv, poi vado a coricarmi. Stupenda serata: fuori soffia vento freddo, dentro casa al coperto ed al sicuro mi sento quasi rinvigorire mentre tutto tace intorno a me; guardo per un attimo le lenzuola soffici e fredde di color arancione mentre fievole la luce della lampada illumina d’arancio il resto della stanza. Afferro un lembo delle coperte e mi ci immergo; accanto a me, posato sullo scaffale della libreria, vedo il libro nuovo. L’afferro con amore e strappo la sottile pellicola in cellofan che lo stringe tutt’attorno; poi l’avvicino al naso e sfogliandone le pagine ne annuso l’odore, quell’odore unico che solo le pagine di un libro sanno regalare: un odore magico di un nuovo mondo pronto da leggere. Lo apro, cerco l’indice dei racconti e mi soffermo sulla trentunesima riga “<em>Parole Riflesse</em>”; &lt;&lt;<em>Eccitante questo</em>&gt;&gt; penso tra me, cerco allora la pagina ed incomincio a leggere… Ma guarda che fascino! Esclamo dentro di me dopo aver divorato con gli occhi le prime righe. Una particolare sensazione che non saprei definire mi cola rapidamente lungo la schiena, le braccia, i piedi; mi fa venire la pelle d’oca. Rabbrividisco: &lt;&lt;<em>Davvero straordinario!</em>&gt;&gt; rifletto continuando la lettura, sembra che tra queste pagine siano stampati gli ultimi minuti trascorsi! Un altro brivido percorre gelido il mio corpo. All’improvviso però mi fermo, un rumore secco, quasi vicino, proveniente forse dall’appartamento accanto al mio, mi fa quasi sobbalzare, non me l’aspettavo! Inghiottisco per un secondo poi riprendo immediatamente la lettura del racconto, la pagina dalle righe così famigliari, vicine…</p>
<p>La coincidenza però sembra non finire nelle prime sei righe del brano! Proseguo a leggere: &lt;&lt;<em>Uno strano rumore proveniente da un ambiente vicino spacca per un attimo la quiete della sua camera da letto, un rumore particolare, brusco, simile ad un boato, forse qualcosa caduta a terra, chissà magari ai vicini… fa sobbalzare Thomas…</em>&gt;&gt;.<em> </em> Mi sento salire qualcosa da dentro, sensazioni particolari, agghiaccianti sì, ma altrettanto affascinanti, vicine, riflesse… è la suspense, l’enfasi dell’horror, i racconti; qualcosa di davvero difficile da definire verbalmente ma comunque bellissimo. Sento infatti la tensione del racconto montare come panna dentro di me, nella mia testa e nell’ambiente circostante racchiuso però nel silenzio, proseguo velocemente la lettura: mai mi è sembrato di leggere e vivere realmente la stessa sensazione narrata dal racconto! Waoh! Rifletto sulle singolari circostanze appena vissute ma anche appena lette e tutto ciò non fa altro che alimentarmi forti pulsioni d’adrenalina ma proseguo la breve lettura: &lt;&lt;…<em>Thomas ormai stava per addormentarsi, spense la luce ma proprio quando…</em>&gt;&gt;</p>
<p>DREEEEEEENN! &lt;&lt;<em>Oddio!</em>&gt;&gt; esclamo improvvisamente balzando dal letto, ancor prima di poter intuire l’ultima frase prima del punto! Hanno suonato il campanello! Abbastanza stressato dai continui rumori ed irritato dalle ultime fastidiose interruzioni dall’appassionante lettura, afferro il segnalibro giallo che tengo sul ripiano della libreria, poso il libro sul letto e vado in salone, proprio all’ingresso; sblocco il paletto della porta ed apro… la luce biancastra accesa del salotto, illumina parte della soglia d’entrata mentre il resto del pianerottolo rimane avvolto dalle tenebre. Nessuno! &lt;&lt;<em>Ma allora è proprio serata!</em>&gt;&gt; borbotto sottovoce dando un’ultima occhiata e richiudendo stufo la porta. Non c’era davvero nessuno! &lt;&lt;<em>Eppure il campanello ha suonato forte e chiaro… Possibile che non riesca a rilassarmi un secondo cazzo!</em>&gt;&gt; Rifletto tra me.</p>
<p>Torno a letto entusiasta di poter continuare la lettura del mitico racconto; apro la pagina e proseguo dalla riga appena lasciata: &lt;&lt;<em>…spense la luce ma proprio quando stava per rilassarsi !!!DREEEEEEENN!!! Ecco che sobbalza al martellante e inaspettato suonar della porta!&#8230; scosso e un po’ scocciato andò fiacco ad aprire, “che strana serata” pensò tra sé quando poi, bloccato sulla soglia d’ingresso guardò dall’occhiolino… irritato e perplesso aprì! Nulla, il gelido silenzio fu l’unica cosa che percepì tra il buio del pianerottolo e la sua stessa anima. Sbuffò con sottile vena inquieta, richiuse, rifletté poi tornò a letto…</em>&gt;&gt; gelido e scosso rimango dopo aver letto a fatica le ultime parole della frase, pochi secondi prima lasciata incompiuta, alzo, stavolta realmente spaventato, lo sguardo dal libro… mi sento confuso! Ora comincio ad avere seriamente paura! &lt;&lt;<em>Cazzo com’è possibile! Dio santo ma sono io? Che cazzo sto leggendo!!!</em>&gt;&gt; un altro forte, elettrico brivido mi oltrepassa la schiena, mi scuote il corpo, la mente lo stomaco! Ma proseguo a leggere più freneticamente una parola dietro l’altra cominciando sempre più a rendermi conto, ad essere consapevole! &lt;&lt;<em>…la stanza: il letto ampio, arancione, la libreria, la tv, il comò,, questo romanzo…</em>&gt;&gt; man mano che proseguo a leggere mi rendo conto di essere io, la casa, gli ambienti, la stanza di cui parla il racconto, è la mia casa, il mio appartamento, la mia stanza lo stesso letto, le stesse circostanze!</p>
<p>Ora mi sembra d’oltrepassare la soglia della pazzia, non riesco a fermarmi dal leggere, devo capire, capire, C-A-P-I-R-E!!! Sono io Thomas?! il protagonista del racconto vittima di chissà ancora quale sorte SONO IO! E man mano che proseguo, man mano che continuo frettolosamente riga dopo riga sento che sta accadendo esattamente ciò che è scritto… ma com’è possibile! &lt;&lt;<em>Nooo non può essere… che cazzo sto continuando a leggere?</em>&gt;&gt;…</p>
<p>Non riesco assolutamente a staccarmi dal libro, da queste assurde righe, proseguo velocissimo, se pur travolto dal terrore, a divorare queste pagine stregate, demoniache, sataniche! Cerco di scovare, capire, raggiungere la fine… &lt;&lt;<em>Thomas si sente circondato da quegl’esseri orridi e occulti: gli esseri del demonio! imprigionato nelle tenebre della sua cameretta prova a mantenere la calma, reprimere ogni forma di agghiacciante paura, ma si sente osservato, toccato, sfiorato, così si sforza di mantenersi, di auto controllarsi ed urla, strilla, stringe gli occhi: il buio non nasconde i demoni di satana! Il buio non nasconde i demoni di satana! Qui non c’è il demonio c’è solo oscurità! Oscurità! Oscurità e basta!!! Poi nel silenzio, lo stesso eterno silenzio dei morti riaprì gli occhi. Immobile non respira mentre le coperte del suo letto lo stringono a sé… appare tutto buio, buio come prima quando d’un tratto due occhi bianchi brillano tra il nero dell’inferno; due occhi sadici a pochi centimetri da quelli di Thomas… poi… un ultimo urlo! E tutto divenne nero, ancor più nero delle tenebre, ancor più nero dell’inferno…</em>&gt;&gt;.</p>
<p>Finisco così di leggere stremato il racconto che mi pareva malefico. Per qualche minuto, tra gelidi istanti riflessi, ho provato la vera paura. Adesso? Nulla. Non succede più nulla ora! Nulla… nonostante ogni virgola rispecchiasse il mio presente! &lt;&lt;<em>Imbecille come sono mi ero fatto prendere per un paio di minuti dal panico! Cazzo però che esperienza paradossale!</em>&gt;&gt;. Calo il libro da davanti a gli occhi, leggermente lo chiudo tra le dita mentre finalmente sospiro dopo tanta tensione stupida! Mi guardo attorno e, come deve essere, ma non come mi aspettavo, finisse bene, la mia stanza è la solita di sempre nulla di più nulla di meno… poso il libro sul comodino accanto al letto e scivolo dolcemente sotto le coperte arancioni. Aspetto ancora un attimo per rassicurarmi e calmarmi definitivamente, rifletto ancora senza sosta, qualcosa continua a turbarmi, mentre non trovo accoglienza nel silenzio della casa. Poi spengo la luce… Ma immediatamente, appena cliccato l’interruttore: l’URLO! Due occhi ghiacciati simili a due fanali nella più agghiacciante oscurità mi fissano a pochi centimetri dai miei… tutto ciò che resta? Un tumulo di urla, le mie urla! Urla che supplicano aiuto mentre chi mi risponde non è altro che l’eco delle mie stesse grida; poi sopraggiunge il silenzio, la quiete funesta in un buio profondo e tutto diventa nero, ancor più nero delle tenebre… ancor più nero dell’inferno…<span id="_marker"> </span></p>
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		<title>Il gioco perverso della Mantide</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 18:08:31 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><em>
<a href='http://thedarkray.wordpress.com/2010/04/01/il-gioco-perverso-della-mantide/untitled/' title='untitled'><img width="150" height="150" src="http://thedarkray.files.wordpress.com/2010/04/untitled.jpg?w=150&#038;h=150" class="attachment-thumbnail" alt="untitled" title="untitled" /></a>
</p>
<p></em></p>
<p><em>&#8220;Da quanto dura questa cantilena. Non correre da sola dentro il bosco. Non fermarti da sola per la strada. Non devi mai fidarti dell&#8217;estraneo che si avvicina a te con gentilezza. La beltà s&#8217;accompagna alla saggezza. Il lupo assume le più strane forme, con l&#8217;ambigua parola che t&#8217;inganna. Mai lui rivelerà i propri intenti… Più dolce la sua lingua, più aguzzi i suoi denti!&#8221;</em></p>
<p><em><span id="more-333"></span></em></p>
<p><em><span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia331211.us.archive.org%2F1%2Fitems%2Fmantide%2Fmantide.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span></em></p>
<p>I due si osservarono bene l’un l’altra inviandosi reciprocamente lunghe occhiate di tensione e diffidenza. Lei, altezzosa restava immobile davanti al maschio, lui continuava a trafiggerla con lo sguardo attendendo il momento decisivo. Intorno ai due amanti spaziava il nulla nel verde oscuro della grottesca natura. Arieggiava qualche sottilissimo filo di vento freddo. Era inverno, ma sembrava mezzogiorno di fuoco in un film di far west. Lei mosse un primo passo verso il futuro padre dei suoi cuccioli, mentre l’incanto borioso s’affievolì in quei pochi attimi gelidi e per un istante chinò la testa sulle foglie smorte a terra; quasi come se volesse invitare l’amore in quell’ambiente, come se ella fosse la padrona di quel territorio e volesse accogliere il suo più esperto spasimante. La loro alcova era quella, semplice e glaciale, un unico vasto manto di foglie stese a terra. I maliziosi sguardi fecero avanzare il corteggiatore che nulla aspettava se non entrare nell’affilato abbraccio della sua femmina, mentre intorno la melodia nostalgica del silenzio incorniciava i lunghi baleni lusinghieri. Non passò poi molto tempo prima che lui si avventasse sul petto dell’amata in frenetiche pratiche sessuali, incominciate dolcemente da carezze e gentili approcci verso di lei. La femmina dunque, abbracciò con le sue lunghe e affusolate braccia il busto dell’amante che pian piano incominciò ad vezzeggiare i fianchi snelli, sfiorare il candido volto dagli occhi grandi e larghi che non smisero mai di spiarlo. Piano passò le mani sul petto ricurvo della femmina, sfiorandola dal collo sino a raggiungere le parti più intime della creatura. Tutto consisteva in un atto di reciproca complicità, tutto sarebbe dovuto compiersi sotto il bluastro cielo d’inverno ma al contempo quell’amore furtivo si sarebbe dovuto concludere tra il silenzio dei boschi e il favoreggiamento delle altre creature che popolano le foreste. Infatti bastò poco… raggiunto d’orgasmo l’impavida femmina, ora certa di poter nutrire i piccoli, bruscamente addentò la testa del maschio virile sotto la morsa della mascella affilata, tranciando nel frattempo altre parti del corpo dell’insetto verde ancora vivo. Quando poi ella decise di porre nettamente fine a qual rapporto, linciò la testa dell’amante strappando tendini e muscoli per poi masticarla in una poltiglia di gelatinoso liquido acerbo. Dopo aver ingerito tutto il corpo del suo compagno si guardò attorno tra le frasche buie della natura; mentre lenti, flebili raggi filtravano dalle altissime cime alberate, ella s’accomodò imperturbabile a terra.</p>
<div>Questo è il macabro gioco della mantide…</div>
</div>
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		<title>In quel brodo c’è tuo figlio</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 17:09:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>darkray</dc:creator>
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<p>“<em>Se una persona muore in preda ad un fortissimo dolore o alla rabbia&#8230; quell&#8217;emozione rimane&#8230; e diventa una macchia per il luogo della morte&#8230; la sua memoria è indelebile e fa ripetere l&#8217;evento&#8230; la morte diventa parte di quel posto&#8230; e uccide tutto quello che tocca&#8230; una volta che ne sei entrato a far parte&#8230; non ti lascia più andare&#8230; mi dispiace!</em>”</p>
<p><span id="more-326"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fm-z.ru%2Fdownload.php%3Furlc%3Dhttp%3A%2F%2Fm-z.ru%2Fftp%2Fmusic%2Fother%2FCharlie_Clouser_-_Just_Begun.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Quella stessa mattina Pierpaolo lasciò la sua cara moglie a letto; e come tutte le mattine baciò Olga sulla fronte; lui l’amava, lei l’amava. Era una coppia felice dopotutto, tanto felice che mai si sarebbe potuto rompere quell’affetto, anzi, quell’amore, unico, che lega inseparabilmente marito e moglie. Erano una coppia felice dopotutto… tanto felice che mai si sarebbe potuta rompere quella tenerezza. Neanche dopo ciò che successe quella mattina avrebbe potuto disfare quei sentimenti! Era una coppia felice dopotutto… Così Pierpaolo quella mattina, una come tante, si era alzato di buonora, si era diretto in bagno mentre sua moglie ancora dormiva tranquilla a letto; poi, lavatosi, gettò un’occhiata all’orologio inchiodato sulla parete del corridoio per poi andare in cucina. Olga allora riuscì ad aprire gli occhi solo dopo qualche istante, mentre un profumo inebriante di briosce e caffè arieggiava per tutta l’appartamento. Erano le sette. La camera da letto era un’esplosione di limpida luce mattutina e Pierpaolo si stava preparando per andare in ufficio, come tutti i giorni, come tutte le mattine. Si presentò ai piedi del letto mentre sorreggeva un vassoio in plastica bianca con la colazione per il suo amore: un barattolino di dolcissimo miele dorato, un cornetto farcito di cioccolato, un bicchiere semicolmo di latte freddo ed una tazza di caffè fumante. Olga gli rivolse un delicato sorriso di compiacimento mentre lui posò il portavivande vicino al bordo del letto. Lei fece un gesto per baciarlo così Pierpaolo si chinò verso Olga e la baciò amorevolmente sulle labbra mentre si portava le mani al collo per ultimare il nodo alla cravatta di limpido celeste. Non ci furono parole di troppo, lui si avvicinò all’uscita della stanza per raggiungere il portone d’ingresso ed uscire, non prima d’aver accarezzato e baciato sulla fronte il suo piccolo Matteo di solo 13 giorni; Olga senza ulteriormente fargli perdere altro tempo, gli augurò semplicemente “<em>Buona Giornata amore!</em>”. Dopo aver udito il chiudersi della porta d’ingresso, si mise composta strusciando nel letto ed afferrò il cucchiaino accanto alla tazzina calda di caffè per aggiungere due dosi di zucchero in granella di canna. Questa fu la mattinata in cui successe l’avvenimento; una mattinata come le altre, fredda e silenziosa. Il resto dei minuti trascorsero l’uno dietro l’altro, un po’ lenti, quando d’un tratto, mentre Olga stava aggiustando con ago e filo una sua maglia color arancione, seduta accanto alla culla del piccolo Matteo con il ronzare della televisione accesa lì accanto, sentì improvvisamente un grido secco e inaspettato; lei, colta di sorpresa sobbalzò appena dalla sedia in legno e si punse l’indice della mano sinistra. Subito si voltò verso il bambino che fino a pochi istanti prima dormiva sereno, mentre ora la madre lo colse in un pianto repentino e martellante. Era stato Matteo a gridare, chissà forse aveva fatto un brutto sogno, o chissà quale altra fantasia infantile lo aveva turbato all’improvviso; Olga non aspettò altro, s’infilò presto il dito ferito in bocca per un attimo e subito afferrò il bimbo da sotto le braccia: “<em>Era molto turbato</em>” disse poi la madre disperata e non più in se quella sera stessa al marito, “<em>Non capii cosa gli potesse essere successo, piangeva, piangeva e non riuscivo a farlo smettere, così lo strinsi bene sotto le braccia e cercai di farlo svagare, di farlo divertire, lo feci roteare come piaceva a lui, provai a consolarlo poggiandomelo in petto e continuando a dire: su, su cos’hai? C’è la mamma qui con te, perché piangi ora?&#8230; non c’è stato niente da fare, continuava ad urlare a piangere e poi a strillare più forte, più forte e non la smetteva. Poi come se non bastasse i vicini del piano superiore al nostro appartamento iniziarono a protestare per schiamazzi, cominciarono a sbattere con qualcosa sul pavimento per dire di farla finita, farla finita, smetterla; così in fretta e in furia, dopo oltre venti e passa minuti che il piccolo Matteo continuava a piangere per giunta sempre più forte e più velocemente, non riuscii più a ragionare, mi si annebbiò la mente! Ero nel panico!</em>” disse poi Olga in lacrime rabbrividita, continuando il suo racconto di morte a Pierpaolo, proseguendo a confessare: “<em>Ero sconvolta! D’un tratto sentii sbattere alla porta dell’ingresso, bussavano ovunque dal soffitto, dalla porta, sembrava non avessero mai sentito un bambino piangere! Non sapevo cosa fare, come comportarmi ero completamente confusa. Il bimbo, che avevo violentemente posato sul cuscino del letto continuava a strillare fortissimo da più di mezzora, sembrava posseduto, ero impaurita!! Mi guardai intorno cercando di far mente locale, sul comodino accanto ai libri gialli di Pierpaolo c’erano delle gocce di sonnifero, aprii la bocca del bambino e gliene feci ingoiare una decina, aspettai pochi minuti ma non accadeva niente, l’orologio della stanza segnava le sette e quarantanove del mattino! Matteo proseguiva insistente gli urli acuti del suo pianto. Mi afferrai i capelli con le mani, quando Antonio, un altro anziano condomine urlò dalla parete di fianco –BASTA, BASTA! Sono le otto di mattina! BASTA! Così coinvolta dal panico degli urli infantili del piccolo ed i frastuoni del resto dei vicini mi fecero passare la pazienza… non… non lo so io, cosa… non lo so!&#8230;</em>” Olga s’interruppe tremante ed agitata davanti al proseguire di queste sue stesse parole… afferrò scossa da gelidi brividi spasmodici in tutto il corpo il largo bicchiere di vetro che posava accanto alla pentola, bevve qualche sorso e rimase a capo chino per i minuti che proseguirono, mentre cercava di calmarsi e respirare il più profondamente possibile nonostante forti singhiozzii; mentre Pierpaolo si alzò spaventato dalla donna che credeva innocua ed incominciando a strillare in faccia alla donna &lt;&lt;<em>Che cazzo stai dicendo? Cos’è successo al piccolo?? E piantala di piangere maledizione!!!</em>&gt;&gt; lo raccapricciato; poi Olga scossa e sempre più follemente disperata riprese il coraggio di riprendere la versione dei fatti tra lunghi sospiri ed ampie boccate d’aria… “<em>Ero ormai sconvolta e non sapevo più cosa fare! Matteo non la smetteva mentre il resto delle persone continuava a gridare –FALLA FINITA FALLA FINITA, e così feci… afferrai forte e decisa un cuscino del letto accano al bimbo sempre in lacrime e lo pressai forte sul volto di Matteo! Strinsi sempre di più, fortissimo! Non volevo ucciderlo ma volevo solo farlo smettere, farlo calmare per un po’! Solo questo avevo intenzione di fare!</em>” singhiozzò… “<em>Pressai con molta forza sul piccolo corpo di mio figlio mentre lo sentivo ancora urlare da sotto il guanciale. Allora insistetti più a fondo e strinsi con entrambe le mani sulla fodera biancastra del cuscino! Diedi diversi colpi prima di fermarmi mentre le gambe di Matteo continuarono ad aggirarsi frettolosamente fuori dal capezzale. Nel frattempo mi ero accorta che anche i vicini avevano smesso di lamentarsi e sbattere prescia contro i muri, solo allora sollevai il cuscino dal volto del piccolo…</em>&gt;&gt; stava per interrompere nuovamente la confessione ma andò avanti evitando di fissare il volto deformato dallo sgomento di Pierpaolo che si era riaccasato sulla sedia accanto al tavolo con le mani fra i folti capelli in preda ad una spasmo da shock! &lt;&lt;<em>Solo quando non sentii più grida soffocate mi decisi a calmarmi e a scoprire il bimbo!&#8230;</em> <em>Quando poi mi resi conto che forse era svenuto lo stato dia angoscia e terrore per ciò che speravo non avessi fatto mi risalì in una morsa feroce alla gola! Agguantai dunque il corpicino del neonato e lo misi sul bordo del lavandino mentre lo tenevo sotto il braccio sinistro, con l’altra mano lo sciacquai con acqua fredda dal rubinetto per tentare di farlo riprendere ma non si muoveva più, era morbido e senza sensibilità… persi per qualche istante di terrore e panico i sensi, e non sentendomi più le gambe mi accasciai a terra sulle mattonelle fredde del bagno, appoggiandomi con la schiena sulla fiancata della vasca di marmo accanto al bidè e socchiusi gli occhi. Avevo ancora il bambino semi bagnato tra le braccia e quando disperata ripresi coscienza mi accorsi che il piccolo Matteo aveva rigurgitato sulla mia maglietta, sul mio jeans e in una chiazza gialliccia su tutto il pavimento. Allora attaccai a piangere poiché mi resi conto che non c’era più nulla da fare, solo cercare ormai di limitare i danni nelle ore avvenire!</em> Olga appena capì che aveva ucciso suo figlio attaccò immediatamente ad urlare e disperarsi: &lt;&lt;<em>NO! NOO FANCULO! NOO!!! NOOO CAZZOO NOOOO!!! HAAA! NO!!</em>&gt;&gt;strillando a squarciagola, poi continuò in un lamento malinconico e latente sussurrando a voce sempre più fioca nell’animo: &lt;&lt;<em>Maledetti… maledetti… maledetti bastardi…</em>&gt;&gt; rivolgendosi ai vicini dalla poca pazienza. Ella affranta pensò molto nei minuti che le trascorsero davanti agli occhi, rivide pienamente tutta la sua vita mentre vampate di flash e ricordi le laceravano i pensieri. Stava male e ancora non si era resa conto di ciò che era successo, di ciò che fece, non aveva ancora chiare le idee, era come se fosse annebbiata, con la mente persa nell’oblio, come se fosse in trance e dovesse ancora svegliarsi, capire, capacitasi all’idea d’aver ucciso un bimbo, suo figlio! Un forte dolore le bloccò lo stomaco in lunghe ed angosciose fitte e contrazioni, poi lo stesso senso di sofferenza e malessere strisciò lungo la pancia, tra le viscere, era visibilmente sconvolta. Si alzò dal pavimento e muta, ferma, guardò profondamente se stessa, i suoi occhi, il suo volto. Restò taciturna a fissarsi attraverso la specchiera posta sulla parete. Forse fu quello il momento più intriso d’angoscia e dolore; forse proprio strappando lo sguardo attraverso un’altra immagine di sé riuscì a vedere realmente se stessa, probabilmente si stava rendendo conto della disgrazia. Restò un pio di minuti a contemplare quell’immagine, quella riflessione attraverso lo specchio, ma si intravide diversa, non era più la solita donna di casa, la stessa Olga di sempre, era forse lo stesso corpo ma la sua anima era cambiata, non era più la stessa persona, in quei momenti lunghi un secolo Olga si stava accorgendo che gli stessi occhi che la fissavano aldilà della specchiera erano altri, forse occhi simili, ma non i suoi! In pratica non si riconosceva più con quell’ombra riflessa davanti a lei… Poi per un attimo tutto esplose in frantumi. Nel corridoio dove si affacciava il bagno, la cucina ed lo sgabuzzino della casa, squillò il telefono facendo svanire in un onda di panico le riflessioni della donna. Olga sobbalzò per un instante poi si mosse verso la cornetta travolta nuovamente da impulsi angosciosi, logorata da paura e panico: &lt;&lt;<em>Pronto?!</em>&gt;&gt; ella rispose portandosi una mano ai capelli umidi, &lt;&lt;<em>Come stai amore? Ti annoi?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ohi ciao! No, no non preoccuparti qui va tutto bene ma… quando torni a casa oggi?</em>&gt;&gt; rispose impacciata &lt;&lt;<em>Bèh verso la solita ora credo, verso le otto, per cena no?</em>&gt;&gt; disse Pierpaolo all’altro capo della cornetta &lt;&lt;<em>Ok, va bene allora… ci sentiamo più tardi è?</em>&gt;&gt; si affrettò a rispondere, &lt;&lt;<em>Si d’accordo, d’accordo ma, c’è qualche problema forse, non ti senti bene? Ti sento agitata, è tutto apposto?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Si amore ti ho già detto che è va tutto bene, dai sta tranquillo! Ci sentiamo dopo!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Matteo come sta? Dorme ancora?</em>&gt;&gt; domandò lui insistente alla moglie &lt;&lt;<em>Oh si dorme tranquillo, non ho voluto svegliarlo ma ora scusa amore ma ho da fare, ti spiace…?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ah va bene scusa, ti richiamo più tardi. Va bene?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Si ok, un bacio!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ciao</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ciao amore…</em>&gt;&gt; e con questa frase la donna riagganciò in fretta il telefono; ora doveva far qualcosa, assolutamente qualcosa! Le gambe le pesavano, erano gonfie e insensibili, si sentiva mancare in ogni parte del corpo, le girava vorticosamente la testa ma con forza tornò in bagno e rimase qualche istante a fissar quella scena orrida che poco prima aveva lasciato con lo squillar del telefono! Sollevò da terra il corpo di Matteo che giaceva sulle mattonelle del bagno in una pozza di saliva e rigurgito semidenso, le parti più flaccide del vomito si stavano ormai spandendo per tutto il pavimento attraverso le infiltrazioni da mattonella a mattonella ed il liquido giallastro si era steso a macchia d’olio. Il corpicino esanime aveva raggiunto tinte rosee ed un po’ violacee su tutta la cute del viso e delle braccia; quando Olga lo sollevò da terra, ancora a pancia un giù, aveva gli occhi aperti e dalla bocca, anch’essa spalancata come se il momento della morte avesse immortalato quello sguardo, colavano lunghi e densi filamenti di bava gialliccia tra la mascella rosea ancora priva di denti. Era diventato rigido e parve che pesasse più di prima. La scena era drammatica e allo stesso tempo orrida: il volto del piccolo era avviluppato da quella specie di melma rigettata, aveva sottili venuzze violacee su tutto il viso e gli occhi parevano quelli di un cieco, dai colori spenti e dalla iride in tinta ghiaccio mentre gli estremi degli occhi avanzavano verso un colore rosso vermiglio. Il resto del corpo invece aveva semplicemente perso un po’ di colorito sulle gambe e sulle braccia che erano invece più bluastre intorno al petto, collo e bocca.</p>
<p>La donna pregò dentro di sé che fosse solo un incubo, un incubo interminabile, sarebbe stata contenta se lo fosse realmente stato; magari si trattava di un sogno lunghissimo ma almeno si sarebbe trattato solo della sua fantasia, solo una macabra fantasia notturna, nient’altro…</p>
<p>Posò il cadavere del piccolo Matteo sulla mensola in finto marmo bianco posta in cucina accanto al forno a microonde con una delicatezza surreale, come se il bimbo fosse ancora vivo e la giovane madre, buona e premurosa avesse timore a farle del male, poi corse nuovamente in bagno afferrando forte un mocio per pavimenti e cercò di ripulire il meglio possibile il rigurgito sulle mattonelle grigiastre; nel frattempo rifletté su come sbarazzarsi del neonato, cosciente comunque che il padre, e suo stesso marito, sarebbe necessariamente dovuto venirne a conoscenza del funesto avvenimento, perciò non restava altro che “limitare i danni”. Dopo aver ripulito il bagno si voltò a destra e poi a sinistra cercando di rischiarire la mente e cercando di organizzarsi, dopo aver girato più volte in tutto l’appartamento, diede l’ennesima occhiata al corpo del lattante, disprezzante sussurrò tra le mura domestiche: &lt;&lt;<em>Ok, ok va tutto bene Olga! Adesso devi solo sbarazzarti del piccolo… ma va tutto bene! Mantieni la mente lucida perché tutto va bene!</em>&gt;&gt; e successivamente, dopo essersi “auto consolata” scese di corsa in garage afferrando le chiavi dal tavolino del salotto e scendendo le scale del condominio cercando allo stesso tempo di non dare troppo nell’occhio. Scesa, aprì la porta metallica della cantina, lì aerava un nauseante odore di benzina che ormai fumava dalle pareti; ella si diresse verso l’armadietto aldilà dell’automobile parcheggiata e con i polsi tremanti spalancò le ante alla ricerca di qualcosa, un oggetto che le sarebbe stato utile nel far comparire la salma del bimbo; cercò di calmarsi nuovamente: &lt;&lt;<em>Stai calma, stai CALMA!</em>&gt;&gt; continuava a sussurrarsi ad alta voce, rallentata si mise le mai nei folti capelli lunghi scuri e passandosi il polso sulla fronte umida di sudore si fermò ad occhi chiusi a sospirare qualche istante… stava correndo troppo e ciò non fece altro che agitarla continuamente così riprese fiato in una manciata di pesantissimi secondi continuando invano la ricerca. Non venne a galla nulla che la potesse aiutare e innervosita richiuse sbattendo le ante, guardò schifata quest’ultime e sferrò un poderoso calcio allo sportello sinistro quasi con l’istinto animalesco di frantumarlo; si girò su se stessa più volte avvinghiando i denti dal nervosismo e morsicandosi stressata il labro facendosi leggermente male poi senza pietà si avviluppò agli scatoloni imballati accatastati uno sull’altro ovunque. Ne aprì una manciata, fino a che non trovò ciò che cercava. Un forte fischio le stava annientando il cervello, la tensione, lo stress la paura e l’angoscia la stavano lentamente logorando dall’interno come un cancro le sue vittime. Si era fermata un istante solo quando in fondo ad una scatola umida, seppellito da una miriade di cacciaviti, bulloni e centinaia di ferri meccanici scorse una lametta seghettata; immobile restò a fissarla come fosse un angelo all’inferno, spirando affannosamente si passo le dita della mano destra in volto spostando una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Aveva paura e non sapeva se stesse guardano ciò che le avrebbe fatto risolvere quel problema o se si trattava solo di un oggetto che avrebbe solo ammontato altri problemi alla situazione, insomma era indecisa e vuota, non sapeva cosa pensare per pochi minuti le si annebbiò la mente come se tutta la cantina si fosse lentamente gonfiata e riempita di nebbia densa e compatta, non riusciva a pensare, non appena cercava di ragionare, di riflettere su come avrebbe dovuto agire dei forti picchi al cervello la costringevano ad abbandonare tali riflessioni; provò ad immaginare suo marito quella sera stessa, cosa avrebbe detto?, pensò quindi all’omicidio che aveva commesso, e iniziò a domandarsi se fosse stato mai scoperto al di fuori di quella casa, s’immaginò conseguentemente l’arrivo degli agenti di polizia, le indagini, l’arresto, il carcere e poi ecco… un altro fischio fortissimo simile al ronzio di un trapano le stava perforando il cranio e decise di non pensare ad altro, ora avrebbe solo dovuto affrontare suo marito e risolvere il mastodontico problema del cadavere di Matteo; si convinse che avrebbe solo dovuto pensare a questo e che qualunque altro problema si sarebbe risolto in un altro momento! Distese così il braccio nello scatolone ed afferrò quello che pareva fosse una semplice lametta si rivelò un seghetto da falegname; aveva una poderosa impugnatura in gomma e la lama sembrava fosse ottima per fare a pezzi il corpo del figlio; guardò profondamente l’oggetto poi annuì dentro di sé, uscì dalla cantina, richiuse a chiave e si diresse nuovamente verso l’appartamento maledetto dove entrò tranquilla…</p>
<p>Appena solcato l’ingresso si spogliò completamente seduta stante per evitare che macchie ed eventuali prove d’indagine s’implicassero sugl’abiti e gettò tremante dall’agitazione gli indumenti a terra e sul sofà grigio in pelle, poi andò cautamente verso la cucina diretta dal bimbo sempre fermo sulla mensolina rivestita in marmo, aprì un’anta della credenza e sfilò da una lunga catasta un bustone nero per l’immondizia e lo aprì su se stesso formando una specie di nido dove al centro pose il corpo del figlioletto; intorno a se tappezzò con i fogli dei giornali della pubblicità commerciale i muri e soprattutto il pavimento mattonellato a cui fece particolare attenzione che fosse interamente ricoperto anche con più strati. Poi diede inizio ad un’ennesima scena di cruento ed orrido spettacolo: la donna diede sfogo alle sue energie, ai suoi istinti cannibali si fece scudo da sentimenti e da qualunque forma di grazia attribuitegli in quanto donna ed attaccò con una violenza e spietatezza tale che parve fosse stata incarnata dal demonio stesso tanto gli assomigliava! Senza occuparsi troppo a pensare e a farsi travolgere da dubbi urlanti nel suo cervello, si scagliò contro il corpo del neonato con tutta la forza che dio le mise in corpo: prima del massacro guardò Matteo come “madre” per l’ultima volta, poi quando si sentì presa da un’ondata di sentimenti, prima che questa potesse travolgerla e fermarla ancora una volta posò la lama semi arrugginita sulle cosce ancora paffute, morbide e rosee del figlio e con un colpo netto fece sfilare in un taglio fulmineo la lama nella carne tenere del neonato; il sangue colo a cascata sul pavimento gocciolando fuori dalla busta che conteneva il corpo del piccolo, fiotti li liquido risso schizzarono sul petto e sul seno nudo della madre assassina, un altro taglio profondo fece quasi separare il resto della gamba dal busto pulsante di sangue, la carne odorava ancora di caldo e schizzi di sangue grumoso innaffiarono la busta mentre altri zampilli fiottarono sulla carta in pavimento, il sangue finì sul volto della donna che ne assaggiò un po’ leccandosi le labbra semi tinte da spruzzi volati qua e là; aveva un sapore metallico e dolciastro; mentre la Olga per un istante si fermò affannosa riaprendo gli occhi socchiusi capovolse il neonato con il volto zuppo di liquido caldo e vermiglio rivolto sulla busta e con il dorso verso l’alto, la madre, ormai folle spietata urlò come un essere timorato di dio alzando all’aria la sega che ora scintillava di sangue cristallino e senza pietà riversò tutto l’odio che ebbe in corpo per sferrare un altro colpo e poi un’altro ancora, senza pensarci, follemente, guidata da un istinto innato che mai credeva fosse emerso così sanguinosamente; squarciate profonde e violente una dietro l’altra si lasciavano ad ogni colpo scintille di sangue limpido e scuro che fiottavano sfilando dietro le lame come una processione di un giorno di macabra festa. La donna divenuta istericamente pazza ma pienamente cosciente di sé non si fermò più da quella spietata violenza carnefice e sanguinolenta fino a quando non riaprì gli occhi completamente dopo aver ottenuto il suo esito nel miglior modo possibile. Non appena riaprì dolcemente gli occhi lo spettacolo che le si presentò fu indescrivibilmente stomachevole e ributtante ma non se né curò più di tanto poiché era riuscita finalmente a ridurre in brandelli il corpicino di Matteo, strappò con forma animalesca i pezzi polposi e sanguinolenti ancora congiunti da filamenti e tendini nervosi, le osa erano ovviamente la parte più ostica e dura da poter fare in piccoli pezzi. La testa del neonato era rimasta quasi intatta eccetto un profondo taglio sulla tempia sinistra da cui fuoriusciva della sostanza organica piuttosto molle e fluida, mentre l’occhio destro era completamente squagliato, simile ad una poltiglia pastosa e flaccida poiché la madre per tenere ben salda la spoglia del figlioletto aveva stretto talmente il cranio, più volte rivoltato, a tal punto che premendo sulla fossa oculare gli aveva appoltigliato l’occhio; tutto il resto del corpo inzuppava in un brodino di sangue rimasto ancora all’interno della busta nera, alcuni brandelli galleggiarono lentamente sul sangue denso che continuava a gocciolare da più punti sui giornali stesi sul pavimento, anch’essi ormai flaccidi ed imbevuti di sangue scuro, quasi nero mentre il corpo della madre era cosparso qua e la da distese colte rosse schizzatele addosso. Del piccolo Matteo non rimaneva che un montino di carne e poltiglia rossa.</p>
<p>Olga restò immobile qualche minuto cercando di far stabilizzare la situazione, tentando di raggiungere un equilibrio per ripulire tutto, buttare la busta imbevuta di sangue e disfarsi della tenera carne del figlio; provò a bloccare ed impedire altre colate, per ora ininterrotte, di liquido scuro sul pavimento e azzardando passi furtivi si mosse di qualche metro verso il cestino della mondezza cercando di non sporcare ancora di più la stanza e lì riuscì ad accatastare la grande busta nera spostando i resti di carne più grandi in uno scolapasta nel lavandino poi in punta di piedi con passi lunghi ma frettolosi face scolare il resto del contenuto nella tazza del bagno che scaricò senza esitare un secondo, accartocciò la busta ormai vuota e la butto nel cestino in cucina. Adesso bastava solo un’ottima ricetta culinaria e un buon bagno per ripulirsi dalle tracce di sangue sul seno, sulle gambe e su entrambi i piedi! Aveva ripulito tutto con estrema maestria prima di lavarsi: i muri della cucina, il pavimento, la mensola, aveva gettato tutta quella marea di carta di giornale che si era tinta completamente di rosso e poi s’andò a rilassare.</p>
<p>Durante la lunga permanenza in un bagno caldo e rilassante Olga colse l’occasione per pensare a come preparare la cena, imbandire una tavola calda e montare un’atmosfera serena il più possibile senz’altro sarebbe stata la cosa meno devastante da fare. Ella non ci pensò molto poiché tutto sembrava portare ad un’unica strada, un&#8217;unica soluzione che avrebbe risolto la questione del cadavere una volta per tutte! Decisa a mettersi ai fornelli uscì dalla vasca e tolse il tappo affinché l’acqua, che intanto si era leggermente rosata potesse scolar via; si legò la cinta dell’accappatoio bianco a fiori rosa e con le ciabatte andò per l’ennesima volta in cucina preparando una gigante pentola in acciaio colma d’acqua su a fuoco alto aspettando che sia pronta per inserirvi la carne mentre ella la ripuliva e spellava accuratamente sotto l’acqua corrente del lavandino, mise tutto a cuocere per la sere in modo che sarebbe stato pronto per le otto, all’arrivo di Pierpaolo.</p>
<p>Le ore che passarono furono interminabili mentre ogni tanto Olga, sempre distesa sul divano in salotto a guardare vari programmi televisivi veniva travolta da strani e tormentati presentimenti che le infrangevano l’apparente calma che faticosamente raggiungeva davanti alla TV.</p>
<p>È sera e fuori sta lentamente facendo buoi mentre si avvicinò l’ora di rientro per Pierpaolo. Aveva iniziato a piovere aldilà delle vetrate dell’appartamento maledetto e Olga all’arrivo del marito stava guardando i vetri delle finestre scheggiati dal battito della pioggia sul vetro e quando sentì le chiavi penetrare la fessura del portone in salotto venne quasi devastata da un attacco di panico, improvvisamente parve mutata nel giro di quell’istante che separava Olga da suo marito tanto che le si annebbiò la mente vedendo gli oggetti circostanti sempre più scuri come se stesse per essere travolta dall’ombra del demonio, si sentì infuocare dentro le viscere quando Pierpaolo incrociò gli occhi di Olga sul corridoio… cosa le avrebbe detto alla fine? Cosa stava per succedere? Magari non se la sarebbe presa più di tanto, infondo era un neonato di soli 13 giorni! E Pierpaolo quasi le avesse letto nel pensiero le chiese eccitato e in buon umore baciando le labbra dell’assassina: &lt;&lt;<em>Il piccolo?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Vieni a tavola, così parliamo. Voglio sentirti vicino oggi amore… tu mi ami?</em>&gt;&gt; domandò impacciata e tremante al suo uomo… dentro di sé stava per essere travolta da un’isterica ed incontrollata frenesia e si sentì prevaricare da una tremarella insistente, provò a fermarla ma non ce la fece e si sedette accanto al marito con lo sguardo rivolo sul pavimento della cucina. &lt;&lt;<em>Cosa vorresti dire amore? Cos’hai? Sai bene quanto ti amo!</em>&gt;&gt; disse il marito &lt;&lt;<em>Mmm</em>&gt;&gt; sussurrò annuendo delicatamente con il capo e abbandonando un profondo sospiro d’ansia; senza altre parole la donna tirò fuori con un mestolo dalla pentola ancora fumante un po’ di brodo dio carne caldo e appetitoso, speziato con molti aromi e insaporito con olio e sale. &lt;&lt;<em>Oh che novità tesoro! Come ti è venuta in mente questo cambiamento?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Mmm niente amore mi volevo impratichire con i fornelli, ecco… tutto qua!</em>&gt;&gt; gli sorrise la donna. La carne si era lessata a tal punto che si mostrò subito tenera e raffinata agli occhi del marito che iniziò ad intavolare una conversazione con la moglie su colleghi e lavoro. Alla fine dopo essersi pulito la bocca con un tovagliolo bianco si lavò le mani e sussurrò amorevolmente &lt;&lt;<em>Adesso arrivo piccolo mio! Arriva papaaà</em>&gt;&gt; e rivolto al piccolo Matteo il quale credeva fosse ancora nella culla in camera matrimoniale… subito però si accorse che nulla di tutto ciò era come aveva immaginato. Olga era restata in cucina preda d’un attacco di nausea che la travolse per via dell’estenuante ansia dal profondo delle viscere quando il silenzio durato pochi secondi s’infranse &lt;&lt;<em>Tesoro ma… Matteo scusa… dov’è?</em>&gt;&gt; chiese spaesato Pierpaolo; la donna artefice del massacro rimase zitta e ferma a testa bassa… &lt;&lt;<em>Amore hai sentito quello che ti ho chiesto?, Matteo… dov’è?</em>&gt;&gt; ribadì ma Olga rimase ancora immobile, così Pierpaolo si spostò velocemente e decisamente colto di sorpresa non tanto per la scomparsa del piccola quanto per l’atteggiamento che la donna continuava a portare avanti, ma il piccolo non lo trovò in nessun’altro angolo della casa! &lt;&lt;<em>Olga… dove hai messo il piccolo?</em>&gt;&gt; rimase per la terza volta zitta e ferma &lt;&lt;<em>Olga CAZZO dov’è Matteo?!</em>&gt;&gt; solo allora la donna fece un piccolo cenno appena comprensibile che solo per qualche istante fissò nella mente di Pierpaolo un macabro presentimento! Olga accennò lentamente la pentola del pasto poc’anzi ingerito facendo scorgere una lacrima sul volto della donna che subito si portò le mani al volto! Pierpaolo si avvicinò a passo svelto in cucino accanto alla donna e guardò la pentola: nulla di particolare che lo colpisse solo un mucchio di tenera carne miscelata al brodo… &lt;&lt;<em>Bèh’ che significa? Ooh guarda che sto parlando con tè? Cazzo rispondi!!</em>&gt;&gt; gridò ora con tutto se stesso fissando la moglie in lacrime… &lt;&lt;<em>Si è lì va bene è? Va bene… e allora??</em>&gt;&gt; riabbatté alzandosi e gridando in faccia all’uomo sconvolto e un po’ impaurito &lt;&lt;<em>Cosa significa non capisco! Cosa? Cosa? Chi è qui? PARLA CAZZO non ti capisco!!</em>&gt;&gt; iniziò insultando ella, la donna iniziò ad urlare, a raccontare tutto mente aveva la faccia scheggiata da una cascata di lacrime e disperazione, aveva gli occhi neri dal piano. &lt;&lt;<em>È morto sì! È tutta colpa dei vicini! Stava piangendo e poi, poi…</em>&gt;&gt; poi Pierpaolo sbatté interrompendo il terribile racconto &lt;&lt;<em>Chi è morto come! Stronza! Puttana che cazzo è successo! Vuoi dirlo!!</em>&gt;&gt; Olga tornò dunque a piangere e disperarsi continuando a raccontare la tragedia &lt;&lt;<em>Stava piangendo da più di mezz’ora e per farlo smettere gli ho poggiato un cuscino addosso e quando gliel’ho tolto dalla faccia era morto! Era già morto soffocato! Così ho pianto, sono stata male, credevo che se avessi trovato una soluzione sarebbe stato tutto più facile no?</em>&gt;&gt; poi si rifermò accasciandosi a terra contro lo stipite della porta piangendo con una forza innata! L’uomo ancora in divisa da poliziotto allora sfilò la sua <em>CZTT</em> calibro 45 e la puntò senza ostentare neanche un attimo al volto della donna, moglie e madre di suo figlio e guardandola per l’ultima volta con una smorfia di disappunto sdegno sparò un colpo cieco sulla massa deforme accasciata a terra, poi ad occhi fortemente serrati quasi come se non volesse vedere la persona che sino a quella mattina amava sparò un altro colpo che fece seguire un altro sparo ancora e poi un altro uno più cieco del precedente; mentre sentiva gli spari inferi al cervello della moglie, anche la sua anima subiva violenti colpi al cuore, alla testa, all’animo! Ogni colpo che continuava a sparare lo risentiva echeggiare nel suo stomaco! Poi dopo cinque, sei, otto, dieci spari aprì gli occhi ed abbassò la pistola lucida nera con i polsi tremanti che gli coprivano la visione; non appena calò le braccia vide una sagoma scomposta in mille brandelli frantumati, un colpo aveva perforato parzialmente la parete mentre il resto del muro era rivestito da colate e schizzi di sangue sparato tutt’intorno. Rimase ad osservare il cadavere accartocciato su se stesso, la testa non era più riconoscibile, si poteva solo intravedere una poltiglia frantumata contro la parete, cosparsa da lunghi filamenti neri, probabilmente capelli, il resto giaceva in una fluida pozzanghera scura. L’uomo poi non fece altro: estrasse dal frigo una birra ghiacciata sedendo di fronte al cadavere della moglie, diede un ultimo sguardo ai resti del figlioletto galleggianti nel brodo in padella, chiamò il 113 per poi infilarsi la pistola in bocca per l’ultimo sparo…</p>
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		<title>Gioiello di morte: Passioni velenose</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 14:05:10 +0000</pubDate>
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<a href='http://thedarkray.wordpress.com/2010/04/01/gioiello-di-morte-passioni-velenose/the_poison_by_nirelleth/' title='The_Poison_by_Nirelleth'><img width="150" height="146" src="http://thedarkray.files.wordpress.com/2010/04/the_poison_by_nirelleth.jpg?w=150&#038;h=146" class="attachment-thumbnail" alt="The_Poison_by_Nirelleth" title="The_Poison_by_Nirelleth" /></a>

<p>“<em>Se una persona muore in preda ad un fortissimo dolore o alla rabbia&#8230; quell&#8217;emozione rimane&#8230; e diventa una macchia per il luogo della morte&#8230; la sua memoria è indelebile e fa ripetere l&#8217;evento&#8230; la morte diventa parte di quel posto&#8230; e uccide tutto quello che tocca&#8230; una volta che ne sei entrato a far parte&#8230; non ti lascia più andare&#8230; mi dispiace!</em>”</p>
<p><span id="more-316"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia361308.us.archive.org%2F6%2Fitems%2FYoungIchabod_705%2FYoungIchabod.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Dolcemente ella sfilò dalla spalla sinistra la manica gonfia della veste corvina. Sapeva di essere travolta dall’amore, o forse più propriamente da una irrefrenabile passione barbarica; l’inarrestabile voglia di sfogarsi sessualmente, desiderava solo il forte odore di maschio penetrare in lei, nel suo profondo intimo! Lei invocava sostegno e pietà dal suo matrimonio: folle accordo politico tra stati; chissà se Lucrezia amava realmente suo marito… il suo terzo marito… il nobile e fiero Alfonso d’Este. implorava comunque sfrenata passione, ambiva distrarsi dalle questioni politiche e gentilizie; voleva amore in questo momento, solo amore, sia esso legittimo che traditore! Lucrezia allora si gettò sul grandissimo ed ampio letto a baldacchino, mossa da travolgente lussuria. L’ambiente invocava la sfrenata passione, l’impetuosa carnalità: la grossa alcova brillava di porfido rosso lungo i pannelli delle spaziose pareti; i soffici divani e sofà, sparsi attorno ad un caldo camino ardente, scintillavano di morbido velluto vermiglio; il letto, simbolo miliare della sala, regnava dominante al centro dell’atrio, sempre morbido ordinato e dai delicati tessuti ricamati parsimoniosamente da fili d’oro e amaranto con cuscini scarlatti. L’ambiente dominava e rapiva i visitatori con tutte colorazioni rosse. Una donna come lei, altezzosa e fiera di portare in capo il nobile orgoglio dei Borgia, ardeva di passione.</p>
<p>Cristoforo non si fece supplicare alla passione che divorava anche lui e si avvicino barbaramente alla formosa donna che lo attendeva peccatrice su quel letto d’amore; si chinò dolcemente sul petto della nobildonna, la sfiorò con sguardo perverso, quasi allucinato e odorò il forte profumo di donna sulla sua pelle… Lucrezia amava i delicati torpori dei massaggi al corpo e l’intenso effluvio delle fragranze e balsami provenienti da Venezia: fresche sensazioni di erbe ed acque profumate.</p>
<p>Cristoforo non resistette all’istinto carnale dell’essere umano: quasi brutalmente strappò dal petto di Lucrezia il soffocante corsetto attorno alla vita. Sfregò il suo seno, il suo sesso, i due corpi, accompagnati da sottili fremiti passionali, erano diventati una sola cosa. Lucrezia percepì attraverso la stoffa dei pantaloni del suo segreto amante, il sesso emergere in una morsa sfrenata. Ella accarezzò, afferrò, strinse poderosamente i bruni capelli di lui il quale eccitato come non mai diede sfogo alla sua brutale durezza… Lei lo adorava; afferrò con i suoi artigli la camicia biancastra, elegante, e la squarciò come un maiale al macello. Rimase nudo come lei. Lucrezia si sciolse l’accurata pettinatura, mostrando i suoi lunghi e brillanti capelli di ciocche bionde e dorate; poi, come mossa da una forza demoniaca in sé si aggrappò alla robusta carne del dorso di Cristoforo. Pensava solo al suo corpo, alla sua bruta forza… Lui le stringeva i polsi, poi bloccava le delicate spalle bianche di Lucrezia, mentre penetrava sempre più forte… sempre più a fondo…</p>
<p>L’immenso ambiente della camera rossa ora urlava di gioia, di piacere, di passione ingovernabile… mai quella sala emise simili diletti! Lungo i corridoi si poteva percepire la loro segregata pazzia sessuale. Anche se tutti sapevano degli amori di Lucrezia, dei suoi spasimanti che quasi giornalmente solcavano la soglia di quella stanza, nessuno doveva osare fiatare… le passioni dovevano entrare ed uscire di lì senza appezzamenti. Era un quotidiano segreto, una doverosa omertà. Le urla, la carne, i gemiti, il sangue, il piacere, tutto doveva essere sigillato da quelle mura, da quel castello. Alfonso d’Este, marito di Lucrezia l’amava, fino alla follia; Lucrezia amava suo marito, ma l’amore e la passione da tempo ormai non s’incontravano tra le camere da letto del palazzo. Tutti amavano tutti, ma sesso e erotismo erano questioni a sé. Lui prima di emettere l’ultimo colpo passionale, strinse gli occhi per pochi secondi, mentre lei gridava sempre più, poi lì riaprì e violentemente fiondò le mani sui grandi seni di Lucrezia; erano grandi, pieni e sodi; strofinò forte il viso tra le due mezzelune. Erano ormai arrivati al fondo: la cruda passione tra i due era al culmine. Lei soda e sensuale gridò per l’ultima volta… era fatta! Lucrezia e Cristoforo rimasero nudi l’uno accanto all’altra dopo aver passato quei minuti di frenetica attrazione; stremati, come al termine di un’incessante battaglia, sospirarono affiatati tra le gonfie coperte del baldacchino. Lui accarezzò appassionato il petto nudo di Lucrezia: vezzeggiò i suoi capelli mossi, il suo sguardo nobile, le sue forme, i suoi capezzoli, scendendo sino all’ombelico. Lei lo guardò entusiasta, lo sguardo gli brillava di rosso fuoco, come le i suoi occhi; distese la delicata mano sul volto dell’amante, gli sfiorò la corta barba pizzicante e dura ricambiandogli la dolce espressione con un freddo sorriso… era passata!</p>
<p>Fuori dai giganti finestroni che scoperchiavano la parete ovest della sala principesca, fluttuava la gelida atmosfera notturna e limpida del pieno inverno; mentre un delicato e sottilissimo spicchio di luna brillava di freschezza in mezzo al cielo buoi, cristallino e stellato. Era una notte come tante d’altronde: mistica e silenziosa, sempre avvolta dall’oscurità. Le altre sale dell’immenso castello bombavano di cupo silenzio, che da poco si era calato, soffocando gli altri freddi saloni del palazzo. Cristoforo socchiuse gli occhi soddisfatto e compiaciuto dalla “buona compagnia”; Lucrezia stette immobile per qualche altro breve istante nel letto accanto a lui, poi si alzò dolcemente: stregata dalla turchese luce notturna, fredda e silenziosa. Si avvicinò ai pesanti tendaggi dei finestroni; sfiorò i vetri, erano gelidi… lì accanto a lei, posava un piccolo tavolino in vetro e dalle affilate gambe auree; lì sopra giaceva un piccolo piattino di raffinata ceramica bianca con delle olive nere e qualche piccolo fungo scuro dalla larga cupola bruna; un paio di posate di elegante argenteria con un candido fazzoletto in lino bianco; e in un angolo del vassoietto c’erano due raffinati calici in cristallo con preziosi intarsi d’oro e d’argento insieme ad una bottiglia di vino frizzante. La nobildonna allora versò in parti uguali qualche dito di vino rosso in entrambe le coppe; poi si fermò con sguardo quieto ma tenebroso ed inquietante… sollevò l’affusolata mano sinistra, la guardò, la contemplò, la venerò, accarezzando con l’indice della mano destra un anello d’oro decorato a intarsio. Raffigurava, cosparso ai bordi da piccolissime pietre preziose di smeraldo puro, lo stemma della casata; emblema nobiliare dei Borgia: un superbo e valoroso toro. Allora Lucrezia lo sfilò attentamente dall’anulare, e dopo aver ammirato quel suo prezioso gioiello, lo strinse ai lati aprendosi come un’ostrica preziosa, rivelando l’interno del suo cuore!</p>
<p>Sembrava zucchero, sembrava una spezia, sembrava oppio, tutto sembrava fuorché ciò che realmente celava… verso così, in un brivido fulmineo, la bianca porpora in uno dei due calici, svuotando completamente l’anello cavo. Presto la miscela svanì come uno spettro nel rosso sangue del vino, sparendo tra la fresca tintura vermiglia… Lucrezia senza proferir parola si avvicinò a Cristoforo, sveglio ma con occhi chiusi sul letto: &lt;&lt;<em>Bevi mia cara creatura… per sempre insieme io voglio stare!</em>&gt;&gt; egli valoroso ma incauto afferrò il bicchiere di cristallo contenente la miscela velenosa, la “<em>Cantarella</em>” mista al vino, accettando la sua proposta meravigliato; entrambi sorseggiarono… entrambi bevvero…</p>
<p>Subito dopo mostrò a Cristoforo, senza alcun pudore, un delicato spuntino, una prelibatezza tipica degli ospiti in casa Borgia: un piattino contenente dei funghi, dei “<em>Cortinarius Orellanus</em>”, funghi epatotossici, mortali! Egli non esitando e spronato da Lucrezia ne prese uno senza ulteriori complimenti…</p>
<p>Ella riposò dunque i calici ed il piccolo piattino sul vassoio vitreo e soddisfatta quanto orgogliosa si rinfilò sotto le coperte calde. Frenetica dalla passione omicida, ora avrebbe dovuto solo attendere… attendere che la sua pozione, oltre ai funghi fatali, facesse effetto, una pozione crudele e malefica a base di veleno, veleno mortale, un veleno di sua creazione, una sostanza tossica composta da arsenico: la “<em>Cantarella</em>”… il veleno prediletto dalla famiglia Borgia e da Lucrezia in particolare! Aspettò così le sue solite ventiquattr’ore.</p>
<p>Il giorno successivo Lucrezia si svegliò dall’abbraccio della sua preda. Ella nonostante le numerose incitazione fattesi da Cristoforo nel corso della giornata, rimase impassibile ed orgogliosa del suo essere, ripudiando ogni sua attenzione, e cercando di distaccarsi il più possibile da lui, adocchiando amorosamente altri uomini di corte… fino a che non calò nuovamente la notte, quando, procinta  a consumare, in compagnia di altre regali presenze, la sua cena a base di carne rossa ed ottimo vino, dagli appartamenti reali non sopraggiunsero interminabili urla di dolore… Cristoforo stava naturalmente morendo, tra la complicità del palazzo e della corte! Così Lucrezia scusandosi regalmente con gli altri commensali, ognuno dei quali vanitoso di poterla conquistare ed entrare a far parte delle grazie dei Borgia e delle loro ricchezze, sempre con atteggiamento decorosissimo e taciturno, raggiunse la sala da cui provenivano i deliri ed aprì lentamente la porta. Lo spettacolo che si presentò al suo cospetto fu sconcertante ma ella rimase composta, limitandosi solo ad osservare gli atroci dolori di Cristoforo nei suoi ultimi atti di vita… come una vedova nera intrappola ed uccide il compagno nel suo macabro accoppiamento, Lucrezia guardò impassibile l’ultimo uomo ad averla desiderata… Giaceva a terra ormai esanime contorto dagli spasmi nevrotici; i suoi occhi avevano raggiunto un colorito biancastro e violaceo, mentre dalla bocca colava, in un fiume di bava, sangue e densa schiuma grigia, rigettata intorno alla testa ed al corpo, su tutto il pavimento e in un angolo del pesante tappeto ottagonale della sala… ella si avvicinò con atteggiamento superiore e rimase a fissarlo, poi si chinò sul suo corpo, facendo particolare attenzione a non sporcare minimamente la sua larga veste verde scura. Lo guardò stando zitta, lo afferrò per un fianco e lo voltò verso di lei… Lucrezia non fece nulla… soddisfatta dei suoi centinaia di omicidi, si chinò ancor di più baciando il petto del suo uomo come ultimo addio!</p>
<p>La duchessa allora prese il corpo con forza sovrumana afferrandolo da sotto le braccia possenti; lo sollevò poderosamente e trascinando il cadavere dell’amante ancora caldo sino alla soglia dell’ampia finestra centrale della parete; posò il corpo esanime su un cassettone in legno di noce e spalancò le vetrate. Un soffio di gelida aria serale inondò l’appartamento. In quell’angolo del castello calò il silenzio… Lucrezia allora, pronta a disfarsi della sua preda, incaprettò con una corda in cuoio scuro il cadavere, stringendo nodi scorsoi intorno a polsi e caviglie, si avvicinò strascinando la salma sul pavimento fuori dal balcone. La campagna circostante ululava di taciturnità; così rialzò il corpo dell’uomo sulla balaustra e lo gettò dall’ultimo piano del nobile palazzo. Un macabro rito tradizionale dei Borgia, in particolare di Lucrezia stesse, la quale ogni volta dopo aver posseduto un uomo, e dopo averlo avvelenato, era di suo solito gettare i cadaveri dei malcapitati nel torrente, appena addossato all’ala ovest del suo castello, così ne sparissero le tracce…</p>
<p>La nobildonna si ripresentò subito dopo alla sua tavola, girando attorno ad essa con sguardo erotico ed appassionato verso gli altri uomini di quel banchetto… &lt;&lt;<em>Chi vuole riscaldare una delle mie nottate insieme a me?</em>&gt;&gt; chiese con tono gioioso… tutti s’alzarono, Lucrezia sorrise e strinse la mano ad uno dei suoi uomini, ritirandosi in festose risate in uno dei suoi letti… ancora pronta per un’altra notte… ancora pronta per un turno del suo macabro giochino, tra sesso e passioni, tra urla e tormenti, tra funghi e gioielli di morte…</p>
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		<title>Mille corpi per uno d’amare</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 10:21:49 +0000</pubDate>
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<p>“<em>Tutto ciò che sono è tuo e tutto ciò che sei è mio&#8230;</em>”</p>
<p><em><span id="more-308"></span></em></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia361308.us.archive.org%2F12%2Fitems%2FSawOst%2Fsaw.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Lui, il dottor Stephen Murry, con gli occhi traboccanti di lacrime si avvicinò al corpo delicato e taciturno di Meredith. Voleva piangere, desiderava sfogarsi da quella rabbia repressa che marciva dentro di lui e nel suo cuore; voleva risposte, solo degli appigli, dei riferimenti a cui aggrapparsi, una ragione concreta che lo spingesse ad andare avanti nella sua vita, la sua esistenza che egli definiva monotona e priva di vere emozioni come l’amore. Aveva trovato l’amore, se l’era costruito con tutte le sue forze, con tutta la sua volontà d’amare e d’essere amato, la sua famiglia e i suoi cari unificarono quest’amore, ma d’un tratto si rivelò solo e senza personalità per reagire… lentamente, ancora capace di trattenere dentro quell’oceano di lacrime agli occhi, s’inginocchiò ai piedi del lettino pallido, implorando preghiere confuse stringendo possentemente la mano di Meredith. Era rigida e argentea, come se stesse dormendo serenamente, per lui non era una semplice storia ciò che bruciava ardente tra loro due, era un’affinità particolare dell’amore, un amore esclusivo era il loro, ma durato talmente poco che non ebbe neanche tempo di germogliare.</p>
<p>Stephen poi la osservò pensieroso e malinconico; non aveva fede, speranze, la osservava solo in silenzio, pensando al suo corpo, toccandola profondamente, passionalmente. Era morta ormai. Le macchine grigie, lampeggiavano di piccole luci arancioni e verdi, emettevano regolari e intermittenti suoni meccanici in lieve sottofondo a quell’atmosfera di morte e oppressione. Era lì senza muoversi. L’elettrocardiogramma  fischiava, ogni tanto delle spie diventavano rosse, poi tornavano spente. Accanto al lettino dove giaceva Meredith, c’era un vassoio d’acciaio con lamette, bisturi e qualche tampone imbevuto di liquido rosso. L’orologio inchiodato al di sopra della porta scoccava le 6.40 del mattino e la cinerina ombratura della stanza si sfocava con i primi soffici raggi di sole che filtravano a strisce lunghe e sottili dalle tapparelle della persiana bianca. Il dottor Murry allora si alzò da terra e, rigido, si voltò, guardandosi attorno mentre si portava un fazzoletto turchese agli occhi umidi. Rimase così immobile a riflettere per dei minuti, sembrava che il tempo si fosse fermato tra le pareti bianche della sala operatoria. Trascorsero i secondi, trascinati uno dietro l’altro ammontando in minuti lunghissimi e interminabili, erano istanti di mistico silenzio… Stephen non batté ciglio, pensava a qualcosa. Forse una soluzione, un’idea angelica, paradisiaca, o forse gli stava, dentro di lui, scorrendo tutta la sua vita,  tutte quelle emozioni a cui voleva ridare nuovamente vita e vigore. Non si mosse neanche un attimo, rimase pensieroso a fissare il vuoto, a perdersi nel pallore di quella stanza…</p>
<p>Osservò muto un paio di attrezzi ferrosi presenti nella sala. Pensò. Poi decise di non arrendersi alla sorte della vita; sapeva che poteva fare qualcosa per recuperare quell’amore probabilmente perduto per l’eternità. Aveva costruito quell’amore e avrebbe potuto farlo risorgere! Sapeva di sapere: sapeva che una soluzione c’era, la più insolita ma forse la più efficiente e tempestiva… sapeva e poteva farcela! Voltò lo sguardo verso gli attrezzi operatori, si strinse alla vita il camice bianco e si avvicinò al corpo di Meredith afferrando uno di quegli apparecchi metallici e puntandolo al cuore di lei… non era morta del tutto!&#8230; se Stephen voleva… allora, forse, non era morta del tutto! Se davvero fosse successo allora avrebbe perso lei e tutta la sua famiglia, i suoi cari e i suoi parenti. Avrebbe davvero perso tutto definitivamente! Questo Stephen lo sapeva bene! Molto bene…</p>
<p>Impugnando così nella mano destra un bisturi affilato e nell’altra un morsetto d’acciaio, conficcò nella carne fredda la lama. Non fuoriuscì nemmeno un rivolo di sangue. Afferrò rapidamente un cavo elettrico che era vicino agli attrezzi chirurgici e lo conficcò nel torace di Meredith; agguantò dunque un leggero dilatatore e lo utilizzò per farsi spazio nella carne. Pose infine un casco metallico sul capo di lei e strinse robustamente intorno ai polsi gelidi delle maniglie di ferro e acciaio. La legò saldamente… prese degli altri utensili operatori e cominciò freneticamente a penetrare la pelle di Meredith, si avventò sul suo corpo, la forò su tutto il petto; stenti, schizzavano deboli zampilli di sangue grumoso che segnavano in fini rigagnoli la salma di Meredith con strisce ondulanti rosse. Afferrò l’avambraccio e lo ritorse bruscamente verso di sé, afferrò un paio di forbicioni e strappò brandelli di carne lacerandola in una poltiglia rossa. Conficcò ferocemente diversi cavi e connettori elettrici ad alta tensione nel torace del cadavere formando una vera e propria rete di conduttura a energia elettrica simile ad una fitta ragnatela&#8230;</p>
<p>Murry fece azionare quel complesso di elettricità; diede vigore alle macchine e all’energia. Avrebbe dovuto scatenare un inferno in quella stanza; avrebbe dovuto rianimare il suo amore, avrebbe fatto rinascere Meredith e contemporaneamente anche la sua famiglia, avrebbe voluto riaccendere un emozione unica, avrebbe riazionato la vita! Aumentò il voltaggio di elettricità dalla manopola rossa accanto alle manovelle; azionò gli interruttori e le onde di scossa sfrecciarono tra i cavi vibranti. Guardò le macchine grigie e la salma di Meredith. I minuti, i secondi svoltarono in un istante interminabile, poi spense i meccanismi!</p>
<p>Improvvisamente Stephen si fermò inquieto e con il cuore pompante in gola. In un istante si stese una nebbia di silenzio in tutto lo studio. Era come se il tempo si fosse inaspettatamente fermato, irrigidito, come se si fosse bloccato ad attendere, ad ascoltare, ad ammirare quella scena mista all’orrore, allo shock ma anche ad un folle amore presumibilmente svaporato in eterno e in un secondo… l’aria in quell’ambiente ora pesava più di mille parole; più di mille espressioni di gioia e di terrore. Solo un rigido senso di smarrimento squarciava l’animo di Stephen: quell’essere ancora vivo, che improvvisamente si chiese chi avesse creato lui, e perché valesse tanto la pena procedere a vivere tra i silenzi di mille rimorsi. Murry restò pietrificato senza respirare domandandosi cosa avesse fatto e cosa stesse rincorrendo nella sua breve esistenza: il vuoto che passa e travolge ogni emozione lascia una scia amara lungo il suo cammino: il silenzio profondo; mille domande di perché; mille motivi per morire… il corpo di Meredith era esanime, squartato in varie zone. Nulla cambiò. Nulla mutò rispetto al silenzio di prima.</p>
<p>D’un tratto però un’ultima scossa, forse l’ultima di scarico, frizzò lungo le gambe e il seno di Meredith; mille scintille azzurre per un attimo brillarono attorno al suo corpo, svanendo sempre nel silenzio primordiale. all&#8217;istante però sopraggiunse un movimento! La carne, divenuta violacea di Meredith si scosse, scaricandosi nella punta delle dita che iniziarono piano a fremere come se volessero evadere da quel corpo. Stephen inquieto si avvicinò agli attrezzi sul tavolo operatorio, dove posò quelli che stringeva in mano, ma non distolse mai lo sguardo dalla sua creatura. La fissava impietrito e sgomento: svuotato di passione ma ancora bruciante dalla speranza! Tolse dolcemente il casco metallico dal volto della donna; allontanò e sfilò i fili dalla carne e dalle protesi di ferro che avvolgevano in una stretta morsa le parti del corpo di Meredith. Fissò la sua creatura, il suo amore. All’improvviso si mossero articolazioni e muscoli quando inaspettatamente gli occhi della creatura si spalancarono lentamente verso il soffitto bianco della sala. Murry sorrise e sfiorò con le dita callose della mano le labbra di lei, non trattenendo più le lacrime agli occhi… Meredith volse lo sguardo dolcemente verso il suo amante sorridendogli e alzando il braccio sinistro verso gli occhi umidi del dottore; egli scoppiò in un mare di lacrime e si gettò inchinandosi sul petto della giovane. Ella richiuse gli occhi cominciando ad accarezzare i folti capelli del suo uomo. Allungò l’altro braccio sulla gamba e scollegò l’ultimo cavo elettrico che la teneva connessa alla spina; la creatura era felice di essere tornata in vita. Ogni pezzo di carne umana che componeva quella creatura mostruosa generata da Murry avevano ripreso vita e movimento. I pezzi di corpo umano cadaverici legati da protesi metalliche, odoravano di marcio e umido, ma si articolavano come prima. Il cuore dolce di Meredith aveva continuato a pulsare, anche se quel cuore apparteneva ad un altro corpo, un altro cadavere… quello della sua ex fidanzata Rosemary! In realtà tutto il corpo di quell’essere, che il dottor Stephen aveva battezzato Meredith, erano pezzi cadaverici di altre persone. Persone che il dottore conosceva bene e che aveva sezionato facendoli a pezzi secondo uno schema ben preciso: aveva sterminato la sua famiglia, ucciso i suoi genitori e le persone a lui care, comprese le ex fidanzate e aveva distinto le parti migliori di ciascun cadavere insieme agli organi interni, per poi ricucirli accuratamente con placche metalliche ed arti artificiali creando una sua nuova creatura: il cervello era quello di suo padre, il cuore ed il volto era della sua ex, le gambe della madre, il seno e gl’intimi della sua prima ragazza: Giulia, le mani della zia, i piedi della sorella, etc… aveva generato un nuovo essere, una nuova persona di cui si sarebbe fidato, con cui sarebbe stato davvero bene in tutti i giorni della sua quotidianità, un essere che avrebbe fatto sentire tutti i suoi affetti e i suoi cari vicini ed unificati in una sola persona: una persona che li raggruppasse, un mostro formato dalle loro menti, dai loro corpi dalle loro carni messe insieme. Mille corpi per uno d’amare: ecco Meredith…</p>
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		<title>Mille bolle rosse</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 13:20:16 +0000</pubDate>
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<p>“<em>Galleggiano, galleggiano tutti e anche tu galleggerai…</em>”</p>
<p><span id="more-303"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia331221.us.archive.org%2F3%2Fitems%2Fhallucinate%2F07.Hallucinate.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Giacomo sguazzava in acqua tenuto a galla dai due braccioli bianchi e arancioni che teneva stretti ai bracci. &lt;&lt;<em>Papà papà! Ci racconti la storia quella brutta di Paolino! Dai dai!</em>&gt;&gt; Gridavano gioiosi e a fiato smorzo per evitare di bere l’aspra l’acqua salata dell’ampio mare blu pesante e cupo sotto i loro piedi agitati… &lt;&lt;<em>E va bene ragazzi… ma vi ho già detto che non è una “mia storia”… è successa veramente!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Sì sì ma ce la racconti?! Dai papààà</em>&gt;&gt; continuavano a gridare impazienti i tre piccoli fanciulli Marco, Ugo e Giacomo mentre avanzavano dritti davanti a loro verso lo sterminato orizzonte metà celeste del cielo e metà blu oltremare dell’oceano. Avanzavano opposti alla riva, allontanandosi dalla brillante spiaggia dorata… &lt;&lt;<em>Dunque…</em>&gt;&gt; cominciava il babbo nuotando con loro:</p>
<p>&lt;&lt;Quel giorno, Paolino e la sua mamma si erano alzati presto e ben volentieri per incamminarsi verso la spiaggia, ma non era giugno, non era luglio, e neanche agosto; non era estate insomma, piuttosto era primavera; quell’anno aveva fatto molto caldo, infatti già da fine marzo, quasi aprile, il giovane Paolino andava a scuola con magliette senza maniche e leggeri pantaloncini corti… faceva davvero molto caldo quell’anno ragazzi!&gt;&gt; ribadiva il papà ai suoi tre figli; &lt;&lt;<em>Dai dai vai avanti…</em>&gt;&gt; supplicava Ugo schizzando tutt’attorno e circondandosi di schiuma e bolle bianche; &lt;&lt;Allora la mamma di Paolino approfittò dell’ottima giornata estiva, ma non estiva, per andare con suo figlio al mare a divertirsi in un giorno di festa. Contrariamente a quanto si possa pensare, in quella spiaggia non mancavano bagnanti e il lungomare palpitava di giovani turisti e vivaci ombrelloni. La mamma allora posò il suo borsone pieno di panini, creme solari e asciugamani, e piantò l’ombrellone giallo e arancione su una duna libera della costa&gt;&gt; continuava il papà quando d’un tratto si scusava: &lt;&lt;<em>Un attimo bambini, faccio due secondi di apnea e poi risalgo… ho la testa che sotto al sole mi sta diventando più calda di un tizzone ardente!</em>&gt;&gt; i giovani ragazzi allora si guardavano intorno e cominciavano a ridere e schizzarsi di acqua &lt;&lt;<em>Eccomi qui</em>&gt;&gt; dice il babbo appena riemerso dalle profondità dell’abisso &lt;&lt;<em>Dai papà! Sei stato giù un’eternità!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Sapete farebbe bene anche a voi bagnarvi un po’ la testa se non volete rischiare un’insolazione…</em>&gt;&gt; raccomanda il papà per poi proseguire a nuotare dritto e a finire di raccontare: &lt;&lt;La mamma allora chiamò Paolino e lo cosparse di crema antiscottature. Era una crema unta e appiccicosa; a Paolino non piaceva affatto, ma doveva metterla! Preferiva infatti essere unto ma non ustionato. La mamma gli sorrise e subito i due si gettarono in mare di petto: che bella sensazione pensarono rilassati nella frescura della limpida acqua marina: la madre amava il nuoto, forse per lo stesso motivo di perché amava la piscina e l’estate; al piccolo Paolino invece non garbava la piscina e non amava neppure l’estate ma pensava alla fine della scuola e questo lo rallegrava nell’animo! Poi però iniziarono ad allontanarsi troppo, sempre più lontani: il bambino tirava la palla gonfiabile alla madre, la mamma lo ritirava verso il bimbo e senza accorgersene si allontanarono sempre di più dalla riva: per Paolino due metri o venti metri erano indifferenti: in entrambi i casi non toccava con i piedi; l’unica cosa che poteva sentire era la temperatura sempre più fredda, drasticamente più fredda, la mamma ne era abituata e non badò troppo a scrupoli, si stavano divertendo! Cosa desiderare di più?&gt;&gt; pian piano che però il papà parlava, i suoi tre figli si stavano stuzzicando e a lui davano ben poca attenzione… &lt;&lt;<em>Però se devo raccontare la storia di Paolino e la sua fine… dovete prestarmi ascolto, e non infastidirvi a vicenda!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Scusaci papà è solo che ha iniziato Marco!</em>&gt;&gt; diceva Giacomo &lt;&lt;<em>Non è vero! Non inventarti balle adesso!</em>&gt;&gt; ribadiva Marco &lt;&lt;<em>Va bene ok ma ora basta chi ha iniziato ha iniziato! Smettetela ora…</em>&gt;&gt; ordinava dunque il buon papà proseguendo con il racconto: &lt;&lt;Insomma, la mamma e Paolino si erano allontanati tanto mentre giocavano a tirarsi il pallone trasparente, quando all’improvviso la grande sfera venne come risucchiata dal vento e rimbalzando velocemente sulla cupa superficie ormai non più turchese, la mamma si affrettò per recuperarla fiondandosi dritta verso la direzione ordinata dal vento improvviso… la palla gonfiabile solcò leggiadra una decina di metri, rimbalzando aldilà di una grande roccia marrone; un vero scoglio gigante, simile ad un montarozzo schiumoso e pungente in alto mare… La mamma non perse tempo e andò a recuperarlo aldilà dell’isolotto, Paolino era rimasto lì ad aspettare ma si accorse che stava aspettando troppo, davvero troppo tempo. Dopotutto era una sporgenza rocciosa forse non più grande di un’automobile… dov’era finita sua madre? Al di là di quella lingua di terra vedeva solo l’oceano, lo stesso che circondava lui; prevaleva il silenzio, udiva solo le voci dei bagnanti lungo la riva, ben distati da lui; ogni tanto delle onde si frangevano contro lo scoglio, facendo schizzare spuma e acqua minacciosa; aspettò a lungo, aspettò ancora, poi si decise a muoversi, nuotò piano e fragile verso la scura roccia, era cosparsa di grandi ricci neri dagli aghi marroni e bianchi lunghi anche cinque centimetri; man mano che si avvicinava ormai spaurito sentiva sempre più forte gli echi cappati e occulti che l’acqua produceva oscillando sulla pietra e sul muschio flaccido; ma la mamma non c’era più! Allora cominciò a singhiozzare, poi piangere più forte che poteva &lt;&lt;<em>La mamma! La mamma… era qui! Dov’è la mamma!!</em>&gt;&gt; gridava a se stesso agitandosi ogni istante di più! &lt;&lt;<em>Mamma! Mammaa!!</em>&gt;&gt; cominciò ad urlare forte… poi mise la testa sott’acqua, accanto a lui fluttuavano due meduse celesti e terribilmente minacciose, le loro cupole bluastre e gelatinose pompavano dal basso verso l’alto: erano due meduse giganti, con la testa grande quanto il pallone smarrito e lunghi tentacoli stretti e lunghi anche il doppio del piccolo Paolino terrorizzato! Si mosse in fretta tagliando l’acqua da un punto all’altro, poi urtò con la testa ancora a pelo d’acqua contro qualcosa di leggero ma solido; alzò il capo e alla vista di ciò che gli si presentò strillò con tutta la potenza di questo mondo: galleggiavano rosei e gonfi pezzi di carne umana sani! Il suo pallone ora tinto di acqua rosea, galleggiava lento sfiorando e riallontanandosi dalla carne sanguinolenta. Il piccolo batté contro una mano, poi dietro di sé vide una gamba, poi un seno sanguinante, un piede, infine una testa strappata a metà: era la mamma… sua mamma! Urlò sempre più forte, era lontano dal resto del mondo, allora urlò ancora di più, sempre di più poi si sentì afferrato alle caviglie da aguzzi punteruoli: venne, nel giro di un istante fulmineo, strattonato sott’acqua da una belva remota e scura… il bimbo non venne più trovato come il suo assassino cannibale: una creatura dell’oceano profondo, nera e dalla bocca inghiottitrice di orrore e morte… un mostro dell’abisso silenzioso, carnivoro, grande ma invisibile fino al momento dell’attacco sanguinario…&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Beh! Siete contenti ora che ve l’ho riraccontata?</em>&gt;&gt; diceva il papà ai tre, orgoglioso della sua narrazione… aspettava risposta ma non si proferiva alcuna parola nel gruppo, tutti restavano sconcertati in silenzio &lt;&lt;<em>Dai ragazzi è la quarta volta che ve la racconto non potete sempre rimanerci così!&#8230; è una storia… vera… ma ormai passata!</em>&gt;&gt; diceva allora il babbo per rompere quel solitario silenzio tombale, poi sente uno sghignazzo, poi un’altra risata, un riso e tra i giovani ragazzi era riaffiorato il sorriso!&#8230; &lt;&lt;<em>Ehi! Torniamo indietro… ci stiamo allontanando troppo… non vorrete fare la fine di Paolino e della sua mamma!</em>&#8230;&gt;&gt;, i bambini allora scoppiarono a ridere, accelerando e montando schiuma bianca lungo il loro tragitto! Il padre sorrideva: &lt;&lt;<em>Marco non toccarmi i piedi… accidentalmente poso darti un calcio, senza contare che mi rallenti!</em>&gt;&gt; diceva il babbo rivolgendosi al figlio, &lt;&lt;<em>Ma papà sono qui!</em>&gt;&gt; rispondeva, allora il padre sbuffò senza voltarsi: &lt;&lt;<em>Giacomo… Ugo… venite qui davanti accanto a me… si nuota meglio che stando dietro!</em>&gt;&gt; ribadisce &lt;&lt;<em>Ma guarda che siamo già accanto a te pà!</em>&gt;&gt; rispondevano gli altri due smettendo di ridere… Il padre quindi infastidito rallentava la nuotata, voltandosi accanto a sé e costatando la risposta dei figli &lt;&lt;<em>Ma allora chi è che tenta di toccarmi le gambe?</em>&gt;&gt; ignaro si ferma e si volta… un urlo e un fulmineo spostamento d’acqua erano le ultime cose percepite dal padre e dai tre bambini in quel giorno al mare… di loro non rimaneva nulla, solo un istante: una manciata di mille bolle rosse in quell’oceano nero e taciturno di fine estate…</p>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 18:06:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Vorrei farti sapere che ti ho salvata. Non quando contava ovviamente, ma dopo la tua morte. Ogni notte dopo quel giorno. Rivivo tutto e faccio sempre qualcosa di diverso. Qualcosa di più veloce e più furbo, capisci? Dozzine di volte, in tanti modi diversi. Ogni notte, io ti salvo…” La casa che ho appena acquistato [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=thedarkray.wordpress.com&amp;blog=12533686&amp;post=264&amp;subd=thedarkray&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<a href='http://thedarkray.wordpress.com/2010/03/21/carillon/woodlawn_house-glendalough_205/' title='woodlawn_house--glendalough_205'><img width="150" height="112" src="http://thedarkray.files.wordpress.com/2010/03/woodlawn_house-glendalough_205.jpg?w=150&#038;h=112" class="attachment-thumbnail" alt="woodlawn_house--glendalough_205" title="woodlawn_house--glendalough_205" /></a>

<p>“<em>Vorrei farti sapere che ti ho salvata. Non quando contava ovviamente, ma dopo la tua morte. Ogni notte dopo quel giorno. Rivivo tutto e faccio sempre qualcosa di diverso. Qualcosa di più veloce e più furbo, capisci? Dozzine di volte, in tanti modi diversi. Ogni notte, io ti salvo…</em>”</p>
<p><span id="more-264"></span></p>
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<p>La casa che ho appena acquistato in periferia di Kamtinville ha una strana leggenda impregnata nelle pareti scure delle sale che ora mi circondano, è un’abitazione piuttosto antica, risalente agli inizi del 1800 quando la ricca famiglia dell’epoca, unica proprietaria di questi terreni di nome Bankester, si costruì una grande residenza nella quale essi si stabilivano nei periodi invernali, piuttosto intensi e prolungati in questa regione. Si racconta che la grande villa fosse stata costruita per volere di Tomas Bankester, per le sue uscite quotidiane nei boschi adiacenti, poiché esperto cacciatore e amante della caccia alla volpe. L’aristocratica casata vi abitò per circa sette anni quando, dopo la nascita di una bambina, Klara Bankester, nel 1837 l’intera dimora venne avvolta da un misterioso incendio, nelle ultime ore del giorno, in cui la famiglia perì in pochi minuti. La piccola Klara non aveva più che quattro anni, e l’unico sopravvissuto, Manuel Bankester (reverendo del paese), diede l’allarme non appena uscito dall’abitazione, ma i soccorsi non servirono a molto, anzi quasi a nulla: il nucleo famigliare fu annientato in breve, prigionieri di quelle mura, mentre la bambina venne ritrovata in un angolo “intatto” della villa, forse un spiraglio sicuro, ma il corpicino fu recuperato esanime mentre con le braccia affusolate stringeva in petto il suo carillon.</p>
<p>In molti rimasero sconcertati del’accaduto. Si dice addirittura che la disgrazia fu una maledizione premeditata qualche anno prima, quando Tomas, il proprietario della magione, organizzò un complotto verso il cugino politicamente avverso, in cui venne assassinato e a seguito di tale cospirazione, una maga, una strega o forse una semplice miserabile, scagionò una maledizione alla famiglia Bankester e alla loro ultima dimora. In molti sostennero che l’accaduto sarebbe potuto essere evitato. Di lì a poco tornò a governare un’altra potente famiglia, seppellendo definitivamente le radici dei proprietari originari e riportando la “normalità” nel villaggio.</p>
<p>Il vero mistero che però segreta nella struttura ottocentesca, è l’insolito avvenimento che succedette a seguito dell’incendio devastante: la casa, dopo le taciturne esequie, si ritrovò intatta in ogni sua forma e spazio; nessuna traccia di detriti, calcinacci né tantomeno residui incendiari; le distese macchie a chiazze nere e marroni svanirono, il soffitto affrescato e grottesco del piano centrale, crollato su altre macerie al piano inferiore, venne ritrovato completamente intatto e del tutto assestante. La casa era arieggiata da un umida atmosfera silenziosa; un clima mite ma inquietante e sinistro.</p>
<p>Da poco quella famigerata casa è la mia nuova casa, acquistata dall’immensa fortuna lasciatami in eredità come unico erede dalla mia famiglia. È bella, quieta e accogliente;  numerose volte passandogli accanto m’incantai nel guardarla e soprattutto mi entusiasmava la leggenda che da ormai duecento anni avvolge l’ombrosa struttura circondata da piante selvagge, arbusti e larghi abeti diramanti… In realtà questa costruzione non è molto grande, ma spazia in altezza ben accentuata dai rami dei fusti. Nella prima notte che ho trascorso tra queste pareti intrise di storie e passioni, non sono riuscito a dormire “serenamente”: i pensieri, l’emozione, la stanchezza del lungo trasloco, le varie strane coincidenze che mi hanno permesso di rifarmi una così importante dimora; le riflessioni erano tante.</p>
<p>Poi, da qualche giorno la situazione ha iniziato a diventare più strana e singolare, infatti ho incominciato a fare sogni ricorrenti, sempre quelli. All’inizio trovavo piuttosto entusiasmante ed eccitante sognare ripetutamente la mia nuova casa all’ora del tramonto: il cielo cupo, viola e nuvolo, dei piccoli bambini gridare e rincorrersi tra i sinistri sguardi dei personaggi affrescati alle pareti, muti e immobili, i cinguettii lontani ed echeggianti nelle colline, provenienti probabilmente dalle foreste adiacenti, una piccola fanciulla, forse la giovane Klara, gioca appartata in un angolo di una sala con un antico carillon, poi all’improvviso un inferno di pianti e urla: la casa distrutta, fiamme che dirompono l’intera magione, e in pochi attimi cala il silenzio in casa Bankester… Ma ora questo sogno, quasi un incubo, sta invadendo la mia mente, nelle ripetute visioni, le stesse ogni notte, man mano diventano sempre più lucide e nitide nei miei sogni, come se stessi attraversando un fitto banco di nebbia: all’inizio l’orizzonte e gli oggetti lontani appaiono confusi e grigi per poi prender forma e nitidezza avvicinandosi. Era entusiasmante rivivere in sogno la brutale vicenda della casa, ma ora, lentamente sta ossessionando i miei pensieri. Qualcosa in me non mi eccita più quanto prima… non sono tranquillo.</p>
<p>Finalmente oggi è stato l’ultimo giorno di trasloco; per ora il silenzio fluttua tra i miti delle pareti. Mi manca ancora una televisione, quindi decido di buttarmi sul letto e leggermi un buon romanzo per tentare di godermi una nottata migliore rispetto alle altre. Riesco a leggere circa una decina di pagine; leggermente più rilassato di prima poggio il libro sul comodino accanto alle lenzuola che tiro sino al mento per addormentarmi. Un po’ il timore di quelle immagini drammatiche appaiono come lampi di flash nella mia testa, ma cerco di abbandonarmi ai piaceri del sonno, stendendo ogni articolazione del corpo mentre provo a pensare all’indomani, ai lavori ancora lunghi e in sospesi della casa, così cedo al sonno e mi lascio trasportare dalle braccia di Morfeo.</p>
<p>Il giorno seguente si apre con una strana atmosfera.</p>
<p>Fuori dalla finestra, al di là del vetro, si svela un paesaggio desolato: i pennacchi degl’alberi, sbucano come guglie fantasma da una bruma bianca e fredda, quasi mistica. Compatta e pallidissima come un immenso foglio bianco, la fievole luce penetra nella stanza con omogeneità. Il palazzo, silenzioso e vuoto, odora di antico; dei lontani pigolii echeggiano all’aperto in quell’ambiente assorto e onirico.</p>
<p>Il pallore angelico e misterioso è in sottofondo accompagnato da una triste e sconsolata melodia tintinnante. Suona note malinconiche e un po’ sinistre. Cos’è? Ai piedi del letto, in cui stordito e inquieto giaccio, c’è un logorato tavolino d’antiquariato, odora di frasche vecchie. Su di esso non posa nulla, eccetto una piccola bambola fredda, antica e rigida; una bambola che ruota su se stessa, e che trascina in se quella tetra canzoncina infantile… sì ma chi l’ha fatta girare? Chi l’ha caricata? Quell’arnese non c’era stato prima d’allora… l’avrò trovato ieri tra gli scatoloni del trasloco e momentaneamente poggiato su quella specie di comò? Direi sia impossibile! Nonostante le centinaia, anzi forse migliaia di cianfrusaglie che avevo portato via con me dal vecchio appartamento fin qui, non mi risulta d’aver mai avuto un carillon tanto sinistro ed antiquato! Odiavo, e odio tuttora, aggeggi di questo genere, così strani ed arcaici.</p>
<p>D’un tratto poi si mette a suonare l’unica cosa “antica” che so mi appartiene… l’orologio a cucù al lato della fredda camera, comincia a contare i suoi battiti e quasi in sincronizzazione l’agghiacciante melodia del carillon si interrompe, finendo con un ultima nota sinistra e tirata…</p>
<p>Comincia a farsi sentire la pressione della nuova abitazione, che ormai da giorni pompava pesante gonfiandomi la testa. Dev’essere l’eccessiva suggestione della casa penso sospirando, mentre un brivido gelido oltrepassa la mia schiena come un fulmine si scarica contro un albero bagnato. D&#8217;altronde io sono fatto così; quando sento una storia, una leggenda, un mito del passato, adoro impersonarmi nell’accaduto, montandomi però troppo la testa. Ultimamente infatti non è passata una sera senza pensare alla storia della piccola Klara, ma ora basta, ne sto risentendo troppo di questa leggenda, mi faccio troppo suggestionare! Allora mi alzo e fisso preoccupato quanto ancora poco convinto, quella bambola alta una decina di centimetri. Odora davvero di antico, penso… poi, gettandola in uno scatolone pieno di altre cianfrusaglie e carta ai piedi del tavolino, mi dirigo in cucina per accendere il gas e inzuppare una bustina di tè nella caffettiera d’acqua bollente, cercando di distrarmi e riordinare i pensieri di quella strana mattina umida e malinconica. Ma non appena faccio cenno di afferrare la caffettiera dalla credenza in legno, subito resto tramortito e letteralmente paralizzato da terrore, angoscia e stupore. Ora temo per la mia stabilità mentale, mentre non mi spiego come possa essere accaduto: la vecchia statuina danzante è ancora davanti ai miei occhi; la vedo incredulo danzarmi sulle note lente proprio di fronte a me, posata in un angolo della credenza accanto ad un cesto di erbe e aglio secco. È qui, che gira e ruota indifferente sul suo piedistallo roseo. Sento subito in me una fortissima e devastante sensazione di malessere e oppressione interna, come se qualcuno mi stesse fracassando il torace. Sento mancarmi il respiro in gola. Comincio ad ansimare frenetico sull’orlo della pazzia! Poi trovo il coraggio di afferrarla bruscamente, mentre ancora arpeggia e deciso ma tremante la getto fuori dal balcone della stessa cucina! Resto un paio di minuti immobile, taciturno, rabbrividito, restando fermo ad ascoltare il vuoto ed il silenzio che l’intera abitazione propaga come gas invisibile ma tossico. Vacillo come se dovessi svenire, socchiudo gli occhi tremolanti in balia del buio della mia mente confusa, inizio ad avvertire un senso di profondo smarrimento psicologico e percepisco un formicolio intenso e logorante su tutto il corpo, a partire dalle dita delle mani e dei piedi fino a salire e travolgere le gambe, le braccia, la schiena ed il collo. Avverto il malessere del mio stato d’animo così afferro lentamente una sedia, cercando di mantenere il capo fermo e, dolcemente mi ci appoggio sopra azzardandomi a razionalizzare gli strani eventi e provando a riprendermi… Non appena miglioro, mi alzo in piedi, evitando di pensare a quanto è appena successo dallo svegliarmi di questa mattina e mi porto alla bocca un cubetto di zucchero in zollette e distendo i miei pensieri: &lt;&lt;<em>Non sono riuscito a riposare bene stanotte… la stanchezza del trasloco ancora mi pesa</em>!&gt;&gt; ribadisco tra me e me tornando alla solita amata routine. Ma un’amara essenza d’angoscia resta nel mio cuore. Ammorbidisco i movimenti, rallentandoli e rilassando ogni arto del corpo inghiottendo lentamente dei sorsi di tè fumante. Mi distraggo facendo un rapido riepilogo delle faccende della giornata, la quale si presenta fortunatamente piuttosto serena anche se piena; poi mi alzo, poso la tazza sul fondo metallico del lavandino e la riempio d’acqua tiepida, torno ancora un po’ confuso in camera da letto, e tiro fuori i vestiti che intendo indossare, e poi mi dirigo in bagno per iniziare la giusta procedura mattutina: mi insapono affondo il volto, lo sciacquo e mi asciugo, scarico il wc e doso una striscia di dentifricio bianco e celeste sullo spazzolino cominciando a lavarmi intensamente i denti, poi mi risciacquo la bocca con un fresco colluttorio alla menta: ora sono pronto!</p>
<p>Molto più sveglio e tonico di prima, spalanco la porta del bagno facendo un passo per uscirne quando nuovamente un nodo alla gola torna a soffocarmi: per l’ennesima volta quell’arcaico carillon sta intatto e senza un graffio sul pavimento al mio cospetto! Ho paura di essere protagonista di un vero e proprio incubo ad occhi aperti; inutile convincersi di infondate certezze, o addirittura negare, e far finta a se stessi che non stia accadendo qualcosa di realmente insolito e paranormale: la vecchia bambola bianca danza per la terza volta davanti a me come uno spettacolo di morte, sembra infatti simboleggiare, dietro la sua falsa melodia meccanica e il monotono roteare della pupazza in ceramica, il ciclo infinito di nascita e morte, di devastazione e putrefazione, di orrore mescolato ad antichi oggetti infantili di anni e secoli ormai passati. Comunque… è ancora qui…</p>
<p>Le gambe mi oscillano come frasche al vento, ma cerco di restare calmo e razionale: &lt;&lt;<em>Devo uscire e svagarmi</em>&gt;&gt; diretto con quest’idea mi avvicino all’oggetto malefico; lo osservo in ogni suo movimento, ogni suo particolare: nulla di apparentemente strano; è solo la solita monotona canzoncina a ninnananna e un pupazzo che gira su se stesso attendendo la fine di quella “marcia funebre”, ma niente di ché… allora faccio l’indifferente &lt;&lt;<em>Chi se ne frega! Questa balla… e io continuo a vivere…</em>&gt;&gt; ma tra me e me, sapevo benissimo di mentirmi, non sarebbe potuta andare avanti questa situazione, mi rendo conto di essere partecipe ad un evento inquietante e del tutto irrazionale! Non riesco a farmene una spiegazione, dentro di me tremo e ho paura più che mai. Cosa dovrei fare? Andare in un manicomio? O forse in una stazione di polizia a dire &lt;&lt;<em>Ehi! Ho un carillon pazzo che ogni volta lo getto via e ogni volta come se niente fosse lo ritrovo sempre davanti a me!</em>&gt;&gt;? A quel punto sì che mi avrebbero consigliato il manicomio! Ma all’improvviso avverto un barlume di speranza lontano in mezzo a tanta insicurezza e paura. Conosco un amica con delle percezioni ultrasensoriali, il suo nome è Sara Baiker, la conosco da quando frequentavamo lo stesso liceo e da allora siamo sempre rimasti in contatto. Potrei chiederle di venire nella mia nuova casa, e senza tirar la questione troppo per le lunghe, le esporrei la situazione! Prima però, penso, un po’ più placato di prima,  devo gettare il vecchio arnese ancora, sperando magari di svegliarmi solo da un brutto incubo, non voglio fare la figura di un cretino in cerca di attenzioni, se devo chiamarla, devo convincermi definitivamente che non si tratti di un’inquietante scherzo della mia immaginazione travagliata! Con coraggio quindi la afferro per la terza volta e la lancio con tutto me stesso da un finestrone della grande sala; la vedo precipitare in lontananza, subito inghiottita dalla fitta nebbia bianca e atterrare sottoforma di puntino bianco da qualche parte dispersa per il viale. Ora devo solo comportarmi normalmente e pensare positivo, cercando di convincermi che da ora in poi non fosse successo più nulla di queste anomalie paranormali! Sospiro ma non riesco ad arieggiare a pieni polmoni; il respiro mi soffoca a mezza gola trasformandosi più in singhiozzi per l’agitazione che in altro. Mi volto verso il corridoio percorrendolo tutto, passando di stanza in stanza fino ad arrivare alla mia camera da letto ancora turchina dalla fievole luce nebbiosa di quella mattina, apro il guardaroba ed estraggo abiti classici: una giacca blu scura, una camicia bianca e il paio di pantaloni abbinati, e li poggio sul letto dove un’altra volta mi aspettava la solita malinconica melodia tintinnante! &lt;&lt;<em>Adesso è davvero troppo!</em>&gt;&gt; esclamo a me stesso ad alta voce; mentre quell’aggeggio continuava la sua danza infantile, afferro bruscamente il telefono accanto alla porta e chiamo impaziente Sara…</p>
<p>Gli squilli in quest’attimo eterno proseguono senza esito di risposta, i secondi passano, divorandosi l’uno dietro l’altro mutandosi in minuti: sta diventando il periodo più lungo della mia esistenza penso. Sto per riattaccare, stavolta davvero in preda al panico, quando all’improvviso risponde una voce frenetica: &lt;&lt;<em>Sì?</em>&gt;&gt; contesta un verso di donna, &lt;&lt;<em>Parlo con Sara Baiker? Sono Alan!!</em>&gt;&gt; ribatto subito, riafferrando al volo la comunicazione, &lt;&lt;<em>Si sono Sara, ma Alan chi, kitoff?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>No! Sara sono io non mi riconosci? Sono Marsden… Alan!</em>&gt;&gt; specifico, risanato da una voce amica! &lt;&lt;<em>Oh Alan! Sai sono contentissima di sentirti! Dimmi, come stai? Hai comprato finalmente casa nuova?</em>&gt;&gt;, con Sara infatti mi ero sentito pochi giorni prima e ci siamo concessi una lunga passeggiata tra vecchi amici nel corso della mia città; &lt;&lt;<em>Sì sì qui tutto bene… anche se le cose potrebbero andare meglio! Senti ti ho chiamato per un tuo aiuto piuttosto urgente, con l’occasione voglio invitarti nella mia nuova casa, almeno la vedi anche tu! Ti prego vieni!</em>&gt;&gt; la supplico infine angustiato dalla giornata, &lt;&lt;<em>D’accordo! Ok ma di cosa si tratta? Non stai bene? Un po’ ti sento agitato? Cos’hai?</em>&gt;&gt; cerca di sostenermi, &lt;&lt;<em>No guarda… stai tranquilla, è meglio parlarne a quattrocchi di fronte ad una rilassante tazza di tè!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ok! Conta quindi su di me!</em>&gt;&gt; mi fa lei proseguendo &lt;&lt;<em>Ma quando ci vediamo! Ora hai scatenato la mia curiosità!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Oggi ti prego… è urgente</em>&gt;&gt; le ribadisco, &lt;&lt;<em>Per me va benissimo, alle 12:30 ti trovo?</em>&gt;&gt; chiede lei sghignazzando amichevolmente, &lt;&lt;<em>Certo anche prima se vuoi! La strada è subito dopo lo svincolo per Harlaxton, prosegui per un paio di minuti e troverai la mia casa non molto distante dal paese: viale Steinger 13 a </em>Kamtinville&gt;&gt; &lt;&lt;<em>D’accordo, tra una decina di minuti mi preparo e parto, calcola che sarò lì verso mezzogiorno e un quarto, mezzogiorno e mezzo!</em>&gt;&gt; afferma, &lt;&lt;<em>Perfetto, ti aspetto con ansia! Ciao e ancora grazie mille per la tua disponibilità. Sei un angelo!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Grazie! A tra poco allora! Ciao Alan!</em>&gt;&gt; così riattacco la cornetta del telefono. Sospiro fortemente e mi volto verso il materasso: il maledetto carillon è sempre lì, sul cuscino del mio letto, immobile e ormai scarico… Mi alzo su e frugo tra lo scatolone pieno d’immondizia, carte e quan’altro; questa mattina ho gettato per la prima volta il carillon qui… ora sembra essere sparito da quel cesto… Nel mio animo sono turbato, nonostante l’aiuto che solo Sara sarà in grado di darmi, sono ancora terrorizzato dagl’ultimi avvenimenti paranormali, quasi spiritici… Mi vesto e decido di attendere la mia amica nell’androne di casa, cercando di distrarmi il più possibile.</p>
<p>Sono le 12:15 quando sento i sassolini scossi e schiacciati sotto le ruote di una vettura che tenta di far manovra nel piazzale della villa; non mi faccio attendere e corro verso il portone dell’entrata. &lt;&lt;<em>Ciao Alan! Allora… finalmente una nuova casa! Davvero entusiasmante!</em>&gt;&gt; subito lei mi fa, io resto fermo sulla soglia del portone ad ammirarla, a contemplarla come se fosse apparso un angelo bianco ad annunciare un’eterna salvezza. Si avvicina &lt;&lt;<em>Allora che fai? Non mi fai entrare!</em>&gt;&gt; scherzosa esclama, &lt;&lt;<em>Oh certo! Prego entra… dimmi che ne pensi</em>&gt;&gt; lei continua a parlarmi: una serie di complimenti, domande sull’arredamento, con sguardi di stupore scolpiti in faccia, ma non la seguo, non l’ascolto, piuttosto cerco di pensare a come avrei potuto attaccare il discorso… &lt;&lt;<em>Oh cielo! Tieni anche tu oggetti di questo gusto?</em>&gt;&gt; esclama afferrando il carillon rimasto in camera da letto sul candido cuscino! A questo punto non devo farmi perdere l’occasione! &lt;&lt;<em>Infatti… di questo volevo parlarti… vedi… stanno accadendo cose strane ultimamente: la notte sogno la leggenda della casa in prima persona: la casa, i bambini, Klara, le fiamme, il carillon…, e da questa mattina le cose stanno peggiorando!</em>&gt;&gt; espongo facendola accomodare su una sedia accanto al letto; &lt;&lt;<em>Cosa intendi? Che significa “peggiorando”?</em>&gt;&gt; subito lei ribatte cambiando radicalmente sguardo ed espressione; &lt;&lt;<em>Questo carillon… lo vedi&#8230; stamattina me lo sono trovato di fronte; non l’ho mai visto prima, eppure mi sono svegliato con questo scampanellio! Senza badarne tropo l’ho gettato nella spazzatura; niente da fare, pochi istanti dopo mi è riapparso davanti in cucina, a una quindicina di metri di distanza dall’alcova; impaurito l’ho rigettata dal balcone e incredulo sono andato in bagno per sciacquarmi il viso quando per la terza volta ricompare la bambolina danzante a note martellanti. Ho avuto paura, ti ho pensato. Ti ho pensato tanto sperando che mi potessi aiutare così l’ho lanciata con tutta la mia forza fuori dalla finestra del salone, proprio di fronte al bagno; allora sono tornato in camera da letto e per l’ennesima volta l’ho ritrovata sul guanciale!&#8230; ti ho telefonata</em>&gt;&gt;, ella resta taciturna a penetrare il mio sguardo, mista tra incredulità e diffidente, come se fosse protagonista di un malsano scherzo! Mi fissa, continuando a scrutarmi scetticamente. Non riesco a trattenere gli occhi lucidi e una lacrima piena e corposa cala sulla mia guancia sinistra senza però sfogarmi, cercando di trattenermi in dignità. Il volto candido di Sara cambia subito aspetto, facendo scivolare la sua mano lungo il mio braccio teso… &lt;&lt;<em>Vedi, forse dovresti svagarti…</em>&gt;&gt; mi dice, &lt;&lt;<em>Anch’io ho pensato lo stesso, ma ti giuro che queste non sono balle! Cazzo, non ci sto capendo più niente!</em>&gt;&gt; ribatto tirando su con il naso; poi proseguo afferrando l’oggetto malefico e passandomelo di mano in mano: &lt;&lt;<em>Ho provato, provato, riprovato a svagarmi e comprendere un come e un perché stessero succedendo queste cose! Ma ogni volta mi ritrovo in faccia questo strafottutissimo carillon maledetto! E tutti quei sogni fatti sino ad oggi… perché?</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Alan dammi retta! Questa campagna per ora è troppo desolante, usciamo insieme, svaghiamoci. Come l’altra volta! Ci stai? Vedrai che, dopo un pomeriggio passato insieme per negozi, vedrai che tutto prenderà un altro aspetto!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Ok…</em>&gt;&gt; accetto sconsolato, sapevo che così non sarebbe migliorata di molto la situazione, ma forse aveva ragione! A lei sono capitate queste cose, ha provato queste stesse sensazioni meglio di me più volte e forse bastava davvero una spensierata passeggiata in compagnia. Solo io e lei a fare shopping allegramente… forse bastava solo questo!</p>
<p>Abbiamo trascorso l’intera giornata sperperando tra negozi e grandi firme, più che altro solo per svagarci e darci una giornata di riposo e rilassatezza ristoratrice l’uno per l’altra quando ecco arrivare l’ora di salutarci: &lt;&lt;<em>Grazie per la splendida giornata! Ora va tutto un po’ meglio!</em>&gt;&gt; affermo stringendo la mia spalla contro la sua mentre continuiamo a camminare lungo il marciapiede; lei ondula le due grandi buste firmate <em>Calvin Klein</em> e <em>Prada</em>: &lt;&lt;<em>Anche io spero che ora tornerai il solito Alan di sempre. Meno stressato soprattutto! Ricorda: ogni volta che qualcosa non torna, una buona passeggiata in compagnia con una buona amica è sempre la cosa migliore e comunque sappi che mi trovi a tutte le ore del giorno e della notte! Un’amica non lascia mai solo un suo amico…</em>&gt;&gt; dice Sara fermandosi ad uno svincolo del corso e guardandomi sinceramente negli occhi. &lt;&lt;<em>Certo!</em>&gt;&gt; affermo, &lt;&lt;<em>Telefonami per un’altra di queste giornate! Ci conto e… mi raccomando. Più rilassato, stai più rilassato!</em>&gt;&gt; mi dice abbracciandomi forte e dandomi un lungo bacio di conforto sulla guancia, &lt;&lt;<em>Va bene, grazie… allora a presto ok?</em>&gt;&gt;. E dopo averla salutata mi volto per tornare al parcheggio. Ripercorro i medesimi passi appena fatti insieme lungo il viale lucente di luci, vetrine e persone; riflettendo sulla giornata; ma sento tornarmi quella strana sensazione in gola, come un nodi, come una fiamma riaccesa, un’angoscia ancora viva… alzo lo sguardo alle cristalliere, mentre mi sembra estraniarmi dal resto della folla. Mi sento osservato al di là delle vetrine, oltre i vetri, continuamente in ogni passo lungo e spedito, sembra come se qualcuno e qualcosa mi stesse spiando dietro i prodotti esposti dei negozi quando l’incubo riaffiora devastante; rallento oppresso e mi soffermo su una bacheca esposta di una gioielleria: posati accano ad una cascata di gioie, ori e argenti, giravano senza sosta sei carillon, gli stessi carillon che hanno invaso la mia casa! Girano insistenti senza sosta, tuonando con il loro fragile tintinnio la ninnananna di Brahams: la stessa che suonavano gli inquietanti carillon apparsi nelle sale della mia casa! Ma non finisce qui; proseguo affannosamente e incredulo quanto terrorizzato lungo le altre vetrine; piazzate ovunque, gli stessi carillon costellano ogni genere di negozi: nelle vetrine di giocattoli, cioccolaterie, abbigliamento, alimentari, souvenir, e ancora nei locali pubblici, esposti nei bar accanto ai panini congelati, nei ristoranti accanto ai menù etc… l’incubo non è affatto finito, esso peggiora come una malattia incurabile! Divora ogni angolo della città, delle strade, della mia mente! Comincia una corsa frenetica verso un’uscita da questo interminabile shock! Accelero istintivamente il passo come se inseguito da qualcuno. Temo per la mia vita. Sfilo il cellulare e compongo il numero di Sara: squilla, squilla ininterrottamente ma senza esito positivo. Non risponde! Provo travolto da un tornado furioso di paura, inquietudine e oppressione al cuore a telefonare al numero di casa: suona sempre in lunghi istanti di follia frenetica, suona come campane a morte, rimbomba nelle mie orecchie a ritmo dei battiti cardiaci, disturbato nel caos più totale ed asfissiante della gente dei negozi, dei turisti, dei bambini lungo lo stradone affollato da urla informi! D’un tratto ecco interrompere quei lunghi rintocchi intermittenti oltre il cellulare: &lt;&lt;<em>Sì?</em>&gt;&gt;, &lt;&lt;<em>Sara sono io, Alan!</em>&gt;&gt; urlo disperato, in corsa verso l’uscita di quel tunnel di follia… &lt;&lt;<em>Alan cos’hai?</em>&gt;&gt; chiede indifferente, &lt;&lt;<em>Sto sull’orlo dell’esaurimento nervoso! Credo di diventare pazzo! Sono qui… sono ovunque… sono dappertutto!</em>&gt;&gt; &lt;&lt;<em>Alan calmati cosa sta succedendo?</em>&gt;&gt; ribadisce Sara, &lt;&lt;<em>Aiuto!</em>&gt;&gt; strillo ansimante dalla corsa interminabile e senza meta &lt;&lt;<em>Alan tutto ciò che vedi è solo frutto della tua immaginazione! Fino ad un secondo fa era tutto tranquillo! Ora l’unica cosa di cui ti devi preoccupare è tornare a casa e farti un buon sonno… pensa oltre, non a quello che ti è successo e visto!</em>&gt;&gt;, osservo i passanti, scruto ogni loro movimento velocissimo, schivo orge di passanti ridenti, d’un tratto vedo attraversale lenta una carrozzina trainata da una donna pesante e cadaverica, dai lunghi capelli sciolti neri; osservo meglio spaurito e tremate dallo smarrimento, la bambina nel passeggino dorme assorta da mille sonni, ha il capo ritorto verso destra e stringe sotto il braccino destro il carillon fantasma! &lt;&lt;<em>Aaaaah</em>&gt;&gt; gemito prima di riattaccare la comunicazione… Corro all’impazzata contro tutti e finalmente approdo al parcheggio. Non mi soffermo. Salgo sull’automobile e sfreccio palpitante come un siluro verso casa. Fuori, stende le braccia il crepuscolo.</p>
<p> Appena arrivato scendo dall’autovettura sbattendo lo sportello e sospirando alla ricerca di un attimo di pace e tregua: non voglio niente, solo stare tranquillo a riflettere e cullarmi sotto le lenzuola del mio letto; in questo preciso istante sarei in grado di rivendere tutto pur di tornare alla mia vecchia casa, alle mie vecchie abitudini, alla mia santa serenità. Anche se può sembrare assurdo, preferisco essere qui, nel giardino di casa mia, pur sapendo che tutto ha avuto inizio in questo luogo, piuttosto che ripensare all’incubo appena vissuto lungo il corso di <em>Emilio II</em>, in città.</p>
<p>Faccio penetrare le chiavi del portone nella macroscopica serratura in ferro scuro, entro e non accendo luci, preferisco non guardare cosa si cela al di là di queste tenebre, nonostante tutto lascio le enormi tende dei finestroni aperte che fanno filtrare i fievoli raggi turchini della luna lontana, che lasciano intravedere solo soffusi contorni bluastri di spigoli e oggetti e in silenzio mistico mi ritiro in camera da letto. Sto riuscendo a non pensare agli orrori della giornata, bensì riesco a distendere la mente subito dopo essermi spogliato e coricato. Le immense ante dei finestroni sono spalancate in camera da letto e i tendaggi leggeri, quasi trasparenti, ondeggiano al fluttuar del vento esterno, gonfiando immensamente i teli delle tende prima drappeggiate ed ora distese e abbombate. La fresca e lugubre brezza accarezza le lenzuola, le pareti, i cristalli del lampadario a gocce, facendo rilassare angosce e tensioni di ogni genere… basta tenere le luci spente per non vedere…</p>
<p> Le ore notturne, nonostante ciò, trascorrono tra gemiti, risvegli e strane immagini oniriche; confondendosi tra sogni e incubi, ma questa volta il sogno ricorrente non era più come le altre volte, bensì diverso: ero nella casa Bankester, la mia casa, insieme ad altri bambini; un po’ mi sentivo spaesato e smarrito in quell’ambiente pieno di urla festose di bambini, forse anche per la notevole differenza di età, ma d’un tratto vedo una luce bianca e celeste sfondare dalle finestre dell’immenso salone affrescato di figure ottocentesche. Questo bagliore accecante si distende per l’intero ambiente stuccato, d’un tratto vedo apparire dal nulla la figura della bambina, Klara, con in mano il suo carillon bianco e tintinnante; io la guardo, lei mi sorride taciturna e io le ricambio il gesto con la stessa espressione, poi avverto una forte presenza, una forza, una spinta dalle spalle ingovernabile, mentre il resto della villa rideva insieme agli altri fanciulli, tutto lentamente tace, e rimango solo io e la bimba con le braccia aperte, tese, con il piccolo giocattolo in mano. La forza alle mie spalle spinge e agisce su di me, invitandomi ad avvicinarmi a Klara che però pian piano si allontanava da me. Io allora preso da un istinto al gioco, inizio ad inseguirla, quando finalmente la raggiungo nel giardino della magione. La piccola apre la bocca e ride gioiosa insieme a me, posandomi sulle mie mani il carillon, poi, sempre entusiasto mi volto verso la casa, la quale però era in preda al fuoco alle fiamme e in completa distruzione… Klara, dal volto sempre luminoso e ridente, si avvicina a me stringendomi così anch’io le afferro la manina e ci sediamo allegri sull’erba dei campi verdi, guardando la casa cadere a pezzi…</p>
<p> Mi risveglio dolcemente da un repentino strillare di sirene.</p>
<p>Corre verso di me una figura prima indistinta dallo stordimento dei miei occhi, e poi sempre più nitida e chiara: è Sara che si getta accanto a me… apro meglio gli occhio, pizzicanti dalla forte luce diurna; mi trovo a terra, giacente sul prato della mia villa, dolcemente accarezzato dai sottili fili d’erba brillante; un ammasso di gente è accalcata lungo tutto il viale, i vicini delle altre ville adiacenti alla mia sono radunate in vestaglia all’entrata di fronte al cancello dell’abitazione; numerose figure vestire di rosso e caschi, stringono in mano tubi e pompe, intenti a lanciare potenti getti d’acqua; altri due uomini si avvicinano sbrigativi a Sara aiutandomi ad alzarmi. Nonostante tutto mi sento bene, rilassato; in mano stringo un carillon bianco, proprio come quello che Klara nel sogno mi aveva ceduto. Davanti ai miei occhi, insieme ad altre centinaia di persone si presenta uno spettacolo immondo: l’intera dimora Bankester divampante tra fiamme alte decine di metri; una facciata della casa crolla in travi e polveri, lasciando scoperchiata mezza abitazione. L’intera villa era stata coinvolta in un incendio devastante…</p>
<p>Mi volto incredulo verso Sara Baiker, penetro nel suo sguardo addolorato, nei suoi occhi angustiati per me. Le sorrido; e sottovoce sussurro: &lt;&lt;<em>A volte le cose che ci assillano e ci inquietano, si rivelano poi quelle stesse cose che ci salvano dalle braccia della sorte…</em>&gt;&gt;</p>
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		<title>L’ombra nella camera</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 17:09:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“L&#8217;uomo nero non è morto Ha gli artigli come un corvo Fa paura la sua voce Prendi subito la croce Apri gli occhi, resta sveglio Non dormire questa notte.” Ho vaghi ricordi della mia infanzia, ma quelli che persistono nel tempo e nelle ore che passano, sono anche quelli che sento non dimenticare mai più! [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=thedarkray.wordpress.com&amp;blog=12533686&amp;post=256&amp;subd=thedarkray&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
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<p>“<em>L&#8217;uomo nero non è morto<br />
Ha gli artigli come un corvo<br />
Fa paura la sua voce<br />
Prendi subito la croce<br />
Apri gli occhi, resta sveglio<br />
Non dormire questa notte.</em>”</p>
<p><span id="more-256"></span></p>
<span style='text-align:left;display:block;'><p><object type='application/x-shockwave-flash' data='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' width='290' height='24' id='audioplayer1'><param name='movie' value='http://s2.wp.com/wp-content/plugins/audio-player/player.swf' /><param name='FlashVars' value='&amp;bg=0xf8f8f8&amp;leftbg=0xeeeeee&amp;lefticon=0x666666&amp;rightbg=0xcccccc&amp;rightbghover=0x999999&amp;righticon=0x666666&amp;righticonhover=0xffffff&amp;text=0x666666&amp;slider=0x666666&amp;track=0xFFFFFF&amp;border=0x666666&amp;loader=0x9FFFB8&amp;soundFile=http%3A%2F%2Fia331204.us.archive.org%2F1%2Fitems%2FLombraNellaCamera%2FLombraNellaCamera.mp3' /><param name='quality' value='high' /><param name='menu' value='false' /><param name='bgcolor' value='#FFFFFF' /><param name='wmode' value='opaque' /></object></p></span>
<p>Ho vaghi ricordi della mia infanzia, ma quelli che persistono nel tempo e nelle ore che passano, sono anche quelli che sento non dimenticare mai più! C’era ad esempio un fatto che tuttora rimembro; ma non è un bel ricordo, anzi, era un dettaglio che segnò tutta la mia vita, un dettaglio infantile ma allarmante e tetro.</p>
<p>Ricordo bene quella sera d’estate in cui avevo sette anni quando, nella casa dove ancora vivo solo, mia madre staccandomi dalla televisione, allungò la mano ed io la presi, in silenzio mi accompagnò sulla soglia del mio letto, sfilai le lenzuola per infilarmici sotto, lei dolcemente si chinò e mi baciò la fronte sussurrandomi &lt;&lt;<em>Buonanotte</em>&gt;&gt;, io le sorrisi e mentre si voltò per uscire dalla stanza, spense la luce e richiuse lentamente la porta&#8230; io ero rimasto immobile nel letto ancora fresco; le serrande della mia finestra erano abbassate, ma filtravano comunque dei piccoli e lunghi raggi lunari di un pallido celeste dalle strette fessure tra una tapparella e l’altra. I fini barlumi penetrarono, proiettandosi sugli oggetti e sulla parete opposta in piccoli quadratini, nonostante ciò l’ambiente rimaneva scuro senza poter distinguere forme e ombre.</p>
<p>Fuori arieggiava la tipica sera estiva: la foresta accanto all’abitazione ondulava, vagliando l’ebbrezza tiepida e solitaria della deserta campagna.</p>
<p>Rimasi silenzioso accarezzando le lenzuola bianche del letto, quando mi accorsi di essere fissato! A meno di tre metri di distanza dal mio letto c’era un’ombra scura e silenziosa, una sagoma nera e indistinta che però stava attraversando i miei occhi. Un brivido gelido mi fulminò, percorrendomi repentino la schiena&#8230; mi iniziarono a sudare le mani, guardai più attentamente i contorni del profilo ignoto, il quale tranquillo continuava a fissarmi immobile, con sguardo alienato, quasi come se fosse interessato al mio corpo&#8230; cercai di distinguere i lineamenti dal buio che mi circondava, probabilmente sarà stata la mia immaginazione da bambino, ma per quanto cercassi di capire e convincermi che in realtà fosse solo un oggetto comune della mia stanza, probabilmente la sedia con sopra ammassati i vestiti, non riuscii a convincere la mia anima che fosse un lugubre gioco di luci riflesse… Infatti mi concentrai affondo, terrorizzato all’idea che qualcuno fosse entrato nella mia cameretta e che mi stesse fissando da chissà quanto tempo, per cercare di svelare chi o cosa fosse quella gobba figura, bassa, vecchia, forse femminile&#8230; riuscii a mettere a fuoco: distinsi due occhi bianchi lucenti, spalancati e fissi su di me. Sudai. La figura era in piedi, alta più o meno quanto la mia sedia, probabilmente una metrata, con la testa ruotata al massimo verso di me ed il corpo rivolto verso la parte con la mia scrivania. Mi era di spalle ma nonostante ciò mi scrutava ferma e silenziosa con mani giunte sullo stomaco ricurvo su se stesso da una grande gobba del dorso! Pareva respirasse, aveva capelli scuri, quindi appena visibili&#8230;</p>
<p>Ormai ero più che sicuro di non essere solo! La luce giallastra del corridoio che filtrava sotto lo spiffero tra la porta ed il pavimento si spense&#8230; La paura e l’angoscia del silenzio tra me e quella sagoma di vecchia era incontenibile quando d’un tratto si voltò all’improvviso senza muovere il capo ma ruotandosi solamente con il corpo! Si stava avvicinando a me, sciolse le mani e le distese, lasciandole cadere a peso morto, penzolanti lungo i fianchi&#8230; avanzava con andamento cadaverico verso di me senza mai distogliere lo sguardo dalle mie pupille, puzzava sempre più di marcio man mano che progrediva. Non resistetti un altro istante, la sagoma oscura avvolta dalle tenebre era una attempata mai vista prima, intrufolatasi chissà da quanto nella stanza buia che avrebbe voluto trascinarmi nel suo stesso silenzio assassino! Urlai senza esito: &lt;&lt;<em>Mamma!!!</em>&gt;&gt; Fu allora che non distinsi più la visione spiritica nella muta confusione e nell’oscurità della camera&#8230;</p>
<p> Quando mia madre bruscamente spalancò la porta, allarmata mi chiese cosa fosse successo&#8230; rimasi muto, traumatizzato, tremante di paura ossessiva. Non c’era assolutamente nulla di “vivo” lì, con la luce accesa tutto si rivelò incomprensibile ed assurdo! Come se niente fosse, la mia stanza era tornata quella di sempre: la scrivania, la mia sedia, tutto era in ordine. Cercai di contenermi, ma iniziai a piangere, mia madre non capendo comunque cosa mi fosse accaduto, sfilò le lenzuola e continuando a farmi domande, mi prese la mano e mi condusse nel bagno dove mi sciacquai il viso con acqua fredda. Non smettevo più di piangere e singhiozzare, allora lei per consolarmi mi fece dormire nel suo lettone. Non né parlai mai, né con mia madre né tantomeno con altri, quella fu la prima notte d’inferno.</p>
<p> Oggi non ho più questa paura, ma ogni tanto, qualche sera mi capita di sentire qualcuno in piedi affianco al letto, e quando in solitudine mi stringo sotto le lenzuola estive, riaffiora il timore di quell’ombra nella notte, una sagoma confusa nel buio. Sempre quella ovunque mi corichi, sempre la stessa sagoma silenziosa, gobba e vecchia. Allora penso alla campagna che circonda la mia casa, isolata e racchiusa in sé, circondata dalla foresta che le estati fruscia dal vento caldo e mormora, al soffuso chiarore della pallida luna, tra l’erba alta dei campi, le cime dei fusti e dei cipressi lungo il viale d’accesso alla magione. Mi accorgo allora che in torno tutto tace, a parte i prolungati bisbigli della natura, così cerco di non pensare a quella sagoma che ogni notte posa immutata a fissare le mie spoglie, a vegliare sul mio letto, aspettando la mia morte&#8230;</p>
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