“1… 2… 3… Adesso tocca a te! 4… 5… 6… Morto tu sei!”
Io radunato insieme ad altri miei simili attendo la mia ora, in gruppo ci hanno comprato per pochi spicci, strappandoci bruscamente da un’ampia folla di persone tutte in preda a delle crisi convulsive, gridavano a squarciagola parole per me e per gli altri del tutto incomprensibili… giacevamo lì, sotto gli occhi di tutti da giorni in quelle grandi cisterne di legno umido e scartocciato; a grandi linee sapevamo cosa il destino ci avrebbe riservato di lì a poco, ma immaginare non è vivere. Infatti per quando ci sforzassimo di comprendere il perché e come ci trovavamo tutti racchiusi lì, in quell’inferno di grida e passanti, non riuscivamo comunque a farcene una ragione, quando poi ci rapirono per pochi quattrini. La sensazione che tutti provavamo? Bèh, sicuramente non era del tutto idonea allo stile di vita che avevamo immaginato per un prossimo futuro… eravamo terrorizzati… l’unica speranza, per quanto sottile e flebile fosse, era quella di essere scaricati fuori dalla macchina del nostro compratore per rifinire nuovamente in natura, ma chi poteva aiutarci, e soprattutto perché avrebbero dovuto farlo? Non c’era nessun’altro nel veicolo a parte il guidatore e noi tredici. In questi momenti ti senti svuotare il cuore da un forte stimolo menefreghista, come un cancro che sempre più velocemente avanza divorandoti le viscere; la tensione, il freddo, la brutale sorte, non ci fecero pensare a tutti gli altri, rimasti lì in quell’orgia di cannibali affamati di cibo o forse di vendetta, una vendetta spietata per sfogarsi verso qualcuno o qualcosa che li ha spinti a vivere in questo mondo… chissà cosa staranno pensando, forse sono riusciti a fuggire, scappare lontano e magari a ritrovare la strada di casa. Sta di fatto che noi siamo qui in attesa di giudizio: di morte. Il prossimo turno potrebbe toccare a chiunque, a me come a qualcun altro. Mi chiedo in fondo al cuore, lacerandomi l’anima, se veramente siamo nati per morire tutti così, costretti ad assistere allo scempio subito dai nostri simili. Forse sì, nasciamo per morire in un interminabile ciclo, la cui regina sovrana è la morte. Nasciamo per soddisfare vizi e desideri dei più potenti, di coloro che possono comprare e vendere qualunque cosa; sentimenti compresi… mi strazia tutto questo; siamo ammassati a terra, privi di forze. Osserviamo: uno dietro l’altro, consumati in una manciata di secondi, ci afferrano dal busto e ci sollevano in alto e veniamo spinti in una macchina composta da lame contorte, una superficie di vetro rende più spettacolare lo sterminio. A catena i miei compagni attraversano costretti la bocca del dispositivo di morte per poi essere lanciati da una notevole altezza, ma ancor prima di toccar terra, di loro non rimane altro che una poltiglia tritata di carne, brandelli e sangue… tanto tanto sangue. Il circuito meccanico fa si che le lame vorticosamente ruotino ad una velocità spaventosa; ma non si ferma il giro, continua e continua senza fermarsi, se fossimo infiniti, continuerebbe comunque, pesante, macabro, senza fine!
Un altro viene afferrato; è in preda al panico, urla ma pare che nessuno ascolti o voglia ascoltare i suoi strazianti gemiti. Non ha tempo di parlare: viene gettato e fatto in trito come gli altri… i fiumi di sangue caldo simili a cascate rosse, miscelati a brandelli di polpa carnosa, schizzano colanti in un ciclopico recipiente simile ad un bicchiere ingigantito. Sarà ora il destino a scegliere chi dovrà affrontare il prossimo turno; si trema, si ha paura; si cerca di pensare “entro oggi finirà questo scempio”. Lo sguardo assassino si rivolge verso di noi, ancora. Con uno strattone ecco avvicinarsi la morte, un braccio rapisce proprio me! Perché proprio io? Avevo fiducia nella vita, possibile che tutti dobbiamo morire come esseri insignificanti? Gli altri ammutoliti come schiavi, dal terrore e lo sgomento ancora non terminato, tremano indifesi e già pensano a chi potrebbe essere il prossimo nella lista nera. Intanto in pochi secondi vengo rapito, le mani assassine mi hanno ormai afferrato con poderosa virilità. L’omicida mi conduce in cima al precipizio; un’apertura ellissoide simile ad un tubo, una galleria nera; le eliche metalliche giravano al disotto in uno spazio più ampio dove avviene la tortura sanguinaria. Ora l’uomo tenta di spingermi uno, poi due strattoni finché stremato non riesco a porre resistenza e mi lascio sprofondare nell’insipida galleria metallica: mano a mano che precipito nell’oblio, le pale arrotate dalla forma di falce, scuotono un vortice d’aria impressionante.
Poi l’impatto con i ferri e tutte le viscere schizzano spolpate contro le pareti circolari in vetro del macabro apparecchio; il sangue a fiotti innaffia i fili dei rasoi taglienti e trascinato in un millesimo di secondo macina e spezzetta la mia carne da capo a piedi. Il mio sangue si unisce colando a quello raccolto degli altri nell’apposito recipiente ora pieno… non vedo i miei compagni di guerra, la mia famiglia, la natura dove nacqui e maturai, quello stesso posto dove speravo un giorno di lasciare questa terra in pace. L’ultima cosa a cui ho pensato un istante prima di morire era l’ultimo viaggio con gli altri, divenuti la mia famiglia, un viaggio che mai potrò dimenticare, soprattutto in questo momento di morte e solitudine; mentre l’uomo, forse incosciente di ciò che ha fatto e che sta facendo dice ad alta voce: <<Mary… la spremuta d’arancia è pronta! La vuoi?>>…
Sterminio di massa
“1… 2… 3… Adesso tocca a te! 4… 5… 6… Morto tu sei!”
Io radunato insieme ad altri miei simili attendo la mia ora, in gruppo ci hanno comprato per pochi spicci, strappandoci bruscamente da un’ampia folla di persone tutte in preda a delle crisi convulsive, gridavano a squarciagola parole per me e per gli altri del tutto incomprensibili… giacevamo lì, sotto gli occhi di tutti da giorni in quelle grandi cisterne di legno umido e scartocciato; a grandi linee sapevamo cosa il destino ci avrebbe riservato di lì a poco, ma immaginare non è vivere. Infatti per quando ci sforzassimo di comprendere il perché e come ci trovavamo tutti racchiusi lì, in quell’inferno di grida e passanti, non riuscivamo comunque a farcene una ragione, quando poi ci rapirono per pochi quattrini. La sensazione che tutti provavamo? Bèh, sicuramente non era del tutto idonea allo stile di vita che avevamo immaginato per un prossimo futuro… eravamo terrorizzati… l’unica speranza, per quanto sottile e flebile fosse, era quella di essere scaricati fuori dalla macchina del nostro compratore per rifinire nuovamente in natura, ma chi poteva aiutarci, e soprattutto perché avrebbero dovuto farlo? Non c’era nessun’altro nel veicolo a parte il guidatore e noi tredici. In questi momenti ti senti svuotare il cuore da un forte stimolo menefreghista, come un cancro che sempre più velocemente avanza divorandoti le viscere; la tensione, il freddo, la brutale sorte, non ci fecero pensare a tutti gli altri, rimasti lì in quell’orgia di cannibali affamati di cibo o forse di vendetta, una vendetta spietata per sfogarsi verso qualcuno o qualcosa che li ha spinti a vivere in questo mondo… chissà cosa staranno pensando, forse sono riusciti a fuggire, scappare lontano e magari a ritrovare la strada di casa. Sta di fatto che noi siamo qui in attesa di giudizio: di morte. Il prossimo turno potrebbe toccare a chiunque, a me come a qualcun altro. Mi chiedo in fondo al cuore, lacerandomi l’anima, se veramente siamo nati per morire tutti così, costretti ad assistere allo scempio subito dai nostri simili. Forse sì, nasciamo per morire in un interminabile ciclo, la cui regina sovrana è la morte. Nasciamo per soddisfare vizi e desideri dei più potenti, di coloro che possono comprare e vendere qualunque cosa; sentimenti compresi… mi strazia tutto questo; siamo ammassati a terra, privi di forze. Osserviamo: uno dietro l’altro, consumati in una manciata di secondi, ci afferrano dal busto e ci sollevano in alto e veniamo spinti in una macchina composta da lame contorte, una superficie di vetro rende più spettacolare lo sterminio. A catena i miei compagni attraversano costretti la bocca del dispositivo di morte per poi essere lanciati da una notevole altezza, ma ancor prima di toccar terra, di loro non rimane altro che una poltiglia tritata di carne, brandelli e sangue… tanto tanto sangue. Il circuito meccanico fa si che le lame vorticosamente ruotino ad una velocità spaventosa; ma non si ferma il giro, continua e continua senza fermarsi, se fossimo infiniti, continuerebbe comunque, pesante, macabro, senza fine!
Un altro viene afferrato; è in preda al panico, urla ma pare che nessuno ascolti o voglia ascoltare i suoi strazianti gemiti. Non ha tempo di parlare: viene gettato e fatto in trito come gli altri… i fiumi di sangue caldo simili a cascate rosse, miscelati a brandelli di polpa carnosa, schizzano colanti in un ciclopico recipiente simile ad un bicchiere ingigantito. Sarà ora il destino a scegliere chi dovrà affrontare il prossimo turno; si trema, si ha paura; si cerca di pensare “entro oggi finirà questo scempio”. Lo sguardo assassino si rivolge verso di noi, ancora. Con uno strattone ecco avvicinarsi la morte, un braccio rapisce proprio me! Perché proprio io? Avevo fiducia nella vita, possibile che tutti dobbiamo morire come esseri insignificanti? Gli altri ammutoliti come schiavi, dal terrore e lo sgomento ancora non terminato, tremano indifesi e già pensano a chi potrebbe essere il prossimo nella lista nera. Intanto in pochi secondi vengo rapito, le mani assassine mi hanno ormai afferrato con poderosa virilità. L’omicida mi conduce in cima al precipizio; un’apertura ellissoide simile ad un tubo, una galleria nera; le eliche metalliche giravano al disotto in uno spazio più ampio dove avviene la tortura sanguinaria. Ora l’uomo tenta di spingermi uno, poi due strattoni finché stremato non riesco a porre resistenza e mi lascio sprofondare nell’insipida galleria metallica: mano a mano che precipito nell’oblio, le pale arrotate dalla forma di falce, scuotono un vortice d’aria impressionante.
Poi l’impatto con i ferri e tutte le viscere schizzano spolpate contro le pareti circolari in vetro del macabro apparecchio; il sangue a fiotti innaffia i fili dei rasoi taglienti e trascinato in un millesimo di secondo macina e spezzetta la mia carne da capo a piedi. Il mio sangue si unisce colando a quello raccolto degli altri nell’apposito recipiente ora pieno… non vedo i miei compagni di guerra, la mia famiglia, la natura dove nacqui e maturai, quello stesso posto dove speravo un giorno di lasciare questa terra in pace. L’ultima cosa a cui ho pensato un istante prima di morire era l’ultimo viaggio con gli altri, divenuti la mia famiglia, un viaggio che mai potrò dimenticare, soprattutto in questo momento di morte e solitudine; mentre l’uomo, forse incosciente di ciò che ha fatto e che sta facendo dice ad alta voce: <<Mary… la spremuta d’arancia è pronta! La vuoi?>>…
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~ di darkray su 20 marzo 2010.
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